Facendo seguito a quanto già detto a Roma il 5 marzo scorso, in occasione della presentazione dell’edizione n. 177 dell’Indagine trimestrale sulla Congiuntura metalmeccanica, il Presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, ha dato vita oggi, a Taranto, a un’iniziativa quanto meno inusuale. Dopo aver visitato, assieme a Salvatore Toma, Presidente di Confindustria Taranto, lo stabilimento di quella che un tempo è stata l’Ilva, e oggi è Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria, Bettini ha tenuto, assieme allo stesso Toma, una conferenza stampa sul futuro del grande stabilimento siderurgico e sulle implicazioni che tale futuro potrà avere per l’intero sistema industriale italiano.
Tre gli aspetti di questa iniziativa che ci sembrano particolarmente degni di nota.
Il primo è un radicale cambiamento del ruolo sin qui giocato, nella vicenda Ilva, dalle grandi imprese industriali italiane. Da quando, dopo il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento – effettuato dalla Procura della Repubblica di Taranto nell’estate del 2012 – quella che era ormai l’ex Ilva fu posta in Amministrazione straordinaria, i nomi di grandi imprese siderurgiche, come Marcegaglia o Arvedi, erano comparsi negli elenchi di possibili compratori dello stesso gruppo Ilva o, eventualmente, di alcune sue parti. Oppure, come nel caso di Danieli, erano stati citati fra le imprese che avrebbero potuto svolgere un ruolo nell’eventuale trasformazione tecnologica dell’impianto tarantino.
Adesso, invece, la situazione è cambiata, per non dire che si è capovolta. Attraverso la sua associazione di categoria, cioè attraverso Federmeccanica, è l’intero sistema delle imprese metalmeccaniche ad essersi mosso. Ma non per sostenere eventualmente alcuni suoi campioni nell’acquisizione di responsabilità di gestione del nostro più grande centro siderurgico, ma, al contrario, come sistema di imprese che dichiarano di aver bisogno – in quanto clienti – dell’acciaio prodotto dall’Ilva. E di aver quindi bisogno che la mano pubblica si assuma delle precise responsabilità per rimettere in carreggiata questo gruppo siderurgico e far sì che esso possa tornare, quanto prima, a svolgere il compito di fornitore nazionale di quella decisiva materia prima “seconda” che si chiama acciaio.
A monte di ciò, evidentemente, stanno gli sconquassi geopolitici che hanno messo e stanno ancor più mettendo sottosopra la scena industriale globale. In parole povere, quel che le imprese metalmeccaniche nostrane ci stanno dicendo, attraverso le parole del Presidente Bettini, è che, quando devono elaborare i propri programmi di investimento, hanno bisogno di sentirsi almeno relativamente sicure sulla possibilità di disporre di ingenti quantità di acciaio non proveniente dall’estero. E ciò non per un’improvvisa conversione a un’ideologia autarchica, ma per mettersi al riparo da imprevedibili ma possibili blocchi che impediscano, o quantomeno rendano più difficile, l’importazione di acciaio. Da qui la necessità di rimettere rapidamente in piedi l’attività del gruppo ex Ilva, oggi AdI in As, a partire dal suo maggior stabilimento, quello di Taranto.
Secondo punto. Si potrebbe osservare che queste cose Bettini le aveva già dette nel citato appuntamento romano. Vero. Ma una cosa è fare un’affermazione una tantum, altra cosa è comunicare l’idea che Federmeccanica, ripetendo gli stessi concetti a dieci giorni di distanza, abbia aperto quella che si presenta, ormai, come una vera e propria campagna volta ad affermare e ribadire che ad avere bisogno di un’Ilva attiva e funzionate è l’intera industria metalmeccanica italiana.
Terzo punto. Da tempo Federmeccanica tiene la conferenza stampa in cui, con cadenza trimestrale, presenta la propria indagine congiunturale, in un albergo romano sito proprio in piazza di Monte Citorio. Insomma, a pochi passi sia dalla Camera dei Deputati, che da palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In altre parole, in una location adattissima per rivolgersi al cuore del potere politico e della stampa nazionale.
Altra cosa, evidentemente, è andare a parlare a Taranto stando fianco a fianco del responsabile della locale associazione confindustriale. Oggi si è avuta insomma l’impressione che Federmeccanica nazionale e Confindustria locale intendessero rivolgersi a quei poteri amministrativi locali, dal Comune alla Regione, che, fin qui, non si può dire che si siano impegnati con ogni energia per dare una mano a chi ha cercato di trasformare in una versione green il modo di produrre l’acciaio usato storicamente a Taranto. Quasi che – ma questa è un’aggiunta nostra – fossero intenzionati più a liberarsi di un problema che a risolverlo.
Concludendo. Al di là del dibattito sul maggiore o minor appeal di vecchi e nuovi candidati all’acquisto di AdI in As, ci pare di poter dire che il messaggio rilanciato oggi da Federmeccanica e Confindustria Taranto sul futuro di quella che molti continuano a chiamare Ilva, si articoli su tre punti. Uno: il Governo deve agire in prima persona per rendere possibile e credibile questo futuro. Due: ciò va fatto non solo per il bene di Taranto, delle sue imprese attive nell’indotto e dei suoi lavoratori, ma perché il nostro sistema industriale ne ha bisogno. Tre: ciò va fatto a partire da subito.
@Fernando_Liuzzi




























