Per la prima volta al mondo Amazon firma un accordo sindacale, aprendo una nuova fase nelle relazioni industriali. A spiegarne portata e limiti è Valeria Mizzau, segretaria della Filt Cgil Roma e Lazio, che sottolinea come l’intesa – nata dalla necessità di regolare l’uso delle telecamere – abbia permesso di estendere la contrattazione all’organizzazione del lavoro, introducendo tutele su turni, permessi e conciliazione vita-lavoro. Un risultato che rompe un tabù per una multinazionale storicamente refrattaria al negoziato e che potrebbe rappresentare un modello esportabile.
L’accordo viene definito una “pietra miliare”: in che senso rappresenta una svolta nelle relazioni industriali di Amazon?
Per la prima volta nella storia di Amazon, a livello globale, l’azienda ha sottoscritto un accordo. L’unico precedente con una valenza negoziale era stato il protocollo d’intesa del 2021 con l’allora ministro del Lavoro Andrea Orlando e le tre sigle sindacali confederali. Non a caso si trattava di un protocollo, non di un accordo. Negli anni si sono susseguiti tavoli e riunioni, soprattutto a livello aziendale con le RSA, non solo nel sito di Passo Corese. Ci sono stati avanzamenti su alcuni principi di organizzazione del lavoro – turnistica, job rotation – ma senza mai arrivare a veri accordi. Il 9 aprile, invece, abbiamo sottoscritto due verbali di accordo.
Di che si tratta?
Il primo riguarda il controllo dell’attività lavorativa a distanza, quindi l’ex articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, e la tutela della privacy. Stabilisce che, salvo dolo o colpa grave, non è possibile intervenire disciplinarmente. Dal 2017 erano stati firmati verbali tra azienda e RSA sull’utilizzo delle telecamere, ma non erano sufficienti, anche alla luce delle ispezioni del Garante della privacy a Passo Corese dopo la trasmissione Report. Nel sito era già stata esclusa l’applicazione del potere disciplinare basato sul controllo a distanza, ma mancava un accordo vero e proprio. Le puntate di Report hanno restituito un’immagine che metteva in discussione non solo l’azienda, ma anche il ruolo del sindacato. Si è parlato di lavoratori sottoposti a pressioni e controlli illegittimi, come se le RSA fossero inefficaci. Non è così: regole e verbali esistevano e nessun provvedimento disciplinare è mai stato adottato sulla base di osservazioni da remoto. Tuttavia, mancava un accordo formale, come emerso anche dall’ispezione del Garante.
E il secondo accordo?
Quando Amazon ha proposto di firmare un accordo sulle telecamere, le organizzazioni sindacali hanno colto l’occasione per estendere la negoziazione anche all’organizzazione del lavoro. Il secondo verbale riguarda infatti turni family, permessi straordinari, gestione delle emergenze e giustificazione della malattia del figlio fino a otto anni. Abbiamo voluto inserire due principi fondamentali: da un lato, che il tema della flessibilità non si esaurisce con questo accordo e resta aperto alla contrattazione; dall’altro, che ogni modifica dovrà passare da un nuovo confronto con il sindacato. Sono elementi centrali per il modello sindacale tradizionale, che in Amazon erano finora impensabili. Oggi, per la prima volta, vengono riconosciuti formalmente. In sostanza, si regolarizza un insieme di pratiche positive che già esistevano ma non erano mai state formalizzate. Oggi la rappresentanza è capillare e nessun lavoratore è più solo. Se gli episodi raccontati da Report si sono verificati, risalgono a una fase in cui il sindacato era ancora debole all’interno dell’azienda.
In altri Paesi Amazon ha resistito alla sindacalizzazione: cosa rende possibile questo risultato? Può diventare un modello esportabile?
Amazon non accetta, per impostazione, il concetto di negoziazione sindacale. Anche a livello europeo, la normativa – come la direttiva 14 del 2002 – prevede obblighi di informazione e consultazione, ma non di negoziazione. Il modello italiano è diverso. In molti Paesi, come gli Stati Uniti, la contrattazione non è prevista allo stesso modo. Amazon, infatti, non considera la negoziazione una prerogativa delle organizzazioni sindacali.
È questo il limite che avete superato?
Sì. Abbiamo superato quello che sembrava un limite invalicabile, riportando Amazon dentro le prassi delle relazioni industriali italiane. È un primo gradino verso un livello più avanzato.
Quali fattori hanno reso possibile l’accordo?
La necessità dell’azienda di regolamentare il tema delle telecamere ha aperto uno spazio che abbiamo saputo utilizzare. Inizialmente si pensava a un unico testo, poi abbiamo scelto di separare i due ambiti. È stata decisiva la qualità del sindacato, ma anche quella della dirigenza aziendale, composta da figure con esperienza in contesti dove la negoziazione è normale.
Questo accordo è specifico per Passo Corese o replicabile altrove?
Le soluzioni adottate sono legate alle caratteristiche di quel magazzino – organico, organizzazione del lavoro, presenza di blue e green badge. Alcuni elementi possono essere esportati, altri no. Ciò che è replicabile è il metodo: utilizzare gli accordi per regolare organizzazione e orari in un’ottica di conciliazione tra vita e lavoro. Come segretaria regionale, lavorerò per estendere questo approccio anche ad altri siti come Colleferro e Fiano Romano.
L’accordo riguarda anche la filiera?
No, solo i dipendenti diretti. La filiera dell’ultimo miglio ha già una contrattazione strutturata dal 2022, con anche il rinnovo del premio di risultato. Amazon non interviene perché si tratta di rapporti fuori dal suo perimetro diretto.
Altre novità rilevanti?
Ci sono importanti innovazioni sui permessi: maggiore flessibilità per la malattia dei figli, utilizzo delle ferie, e un permesso speciale UTO – un giorno ogni tre mesi senza giustificazione. Sono stati introdotti anche strumenti come Switch e Swap per la gestione dei turni, e il “turno famiglia” per lavoratori con figli piccoli. La job rotation è prevista ma ancora in sviluppo.
Il benessere dei lavoratori è quindi centrale.
Sì. Stiamo lavorando anche su una revisione della turnistica e su modelli di part-time diversi. Otto ore consecutive in magazzino sono pesanti: il lavoro è ripetitivo e scandito dalla macchina. Per questo servono strumenti come la job rotation, ma anche una riflessione sulla riduzione o redistribuzione dell’orario. È un percorso ancora aperto: l’accordo prevede esplicitamente sviluppi futuri.
Ci sono margini di conflitto?
L’accordo è una base solida. Quello sulle telecamere è definitivo, salvo modifiche; quello sull’organizzazione del lavoro dura un anno ma è ultrattivo. Questo non esclude il conflitto su altri temi, come il salario a livello nazionale. Fa parte delle normali relazioni industriali.
I prossimi terreni di confronto?
Soprattutto il livello nazionale e l’estensione ad altri stabilimenti. Dovremo lavorare anche sulle delivery station, dove la presenza sindacale è più debole.
E a livello nazionale?
A breve partirà il confronto sul secondo livello di contrattazione, soprattutto sul piano economico.
L’esperienza di Passo Corese fa capire che anche in un sistema come quello di Amazon, guidato anche dagli algoritmi e dalle performance, la contrattazione sindacale ha un ruolo ancora fondamentale. È corretto?
Sì, ma in forme nuove. Serve adattare gli strumenti tradizionali a un contesto altamente tecnologico e standardizzato. Anche in un sistema governato da algoritmi, esistono spazi di intervento: ad esempio sui turni per i caregiver o sulla rotazione delle mansioni. La ripetitività del lavoro, se non gestita, può incidere sulla salute. Per questo la contrattazione resta fondamentale.
Elettra Raffaela Melucci





























