La Uil Fpc Liguria esprime forte preoccupazione per la situazione del Teatro Carlo Felice di Genova dopo l’inchiesta sul bilancio 2024, incentrata sulla presunta sovrastima di alcune scenografie acquistate nel 2022 durante la gestione di Claudio Orazi. Mentre la Procura dovrà chiarire eventuali responsabilità, il sindacato chiede che i lavoratori non paghino le conseguenze di errori gestionali o dello scontro politico tra Comune e Regione. Ne parla in questa intervista Cristiano Puccini, coordinatore regionale del settore spettacolo della Uil Fpc Liguria.
Cosa è successo?
Sono state effettuate verifiche sul bilancio 2024 relativo alla sovrintendenza di Claudio Orazi e sono emerse alcune anomalie, segnalate anche nell’esposto in Procura presentato dalla sindaca Silvia Salis.
In sostanza, nel 2022 il Carlo Felice ha acquistato dalla Scala di Milano quattro allestimenti scenici per circa 30 mila euro, che però sono stati iscritti a bilancio per un valore di 1,5 milioni, sulla base di una perizia non asseverata. Ora sarà la Procura della Repubblica a nominare un perito che stabilisca il valore reale di questi allestimenti.
I problemi sono di bilancio?
Il bilancio previsionale 2025 indica una perdita di 2,8 milioni di euro, dovuta a diversi fattori: tra questi i mancati introiti dei Balletti di Nervi e alcune poste inserite in modo ottimistico dalla precedente gestione. È vero che i bilanci previsionali possono essere disattesi, ma resta comunque un disavanzo importante.
Comune e Regione si sono impegnati a ripianarlo entro il 30 giugno: oltre quella data c’è il rischio concreto di commissariamento. Questo comporterebbe anche la decadenza dell’accordo integrativo, con una perdita salariale di circa 300 euro lordi al mese per i lavoratori. Quello che chiediamo è che, ancora una volta, non siano i dipendenti a pagare. Già nel 2010-2011 furono attivati contratti di solidarietà per far fronte a buchi di bilancio, con riduzione della produzione artistica e degli stipendi. I lavoratori hanno già fatto sacrifici importanti e non vorremmo che si ripetesse lo stesso scenario.
Pesa anche una situazione contrattuale irrisolta. A che punto siamo?
Il contratto è stato rinnovato dopo anni di blocco, ma con aumenti molto limitati: circa il 4%, pari mediamente a 60-70 euro lordi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto che sfiora il 40%. Di fatto, dal 2003 gli stipendi non hanno avuto incrementi significativi; nel 2018, anzi, c’è stato un taglio di circa 160-180 euro lordi al mese. Questo significa che non abbiamo nemmeno recuperato quanto percepivamo allora. Le trattative per il rinnovo 2022-2024 sono ferme da tempo, anche per tensioni con il Ministero. Il rinnovo previsto si aggira intorno al 6%, in linea con la pubblica amministrazione. Il paradosso è che i lavoratori vengono selezionati tramite concorsi internazionali, ma poi sono trattati come dipendenti privati. Questo deriva dalla trasformazione degli enti lirici in fondazioni di diritto privato avvenuta negli anni ’90.
Il ministro Alessandro Giuli ha annunciato il recupero dei tagli allo spettacolo dal vivo. Come lo interpreta?
Ci auguriamo che alle parole seguano i fatti. Negli anni abbiamo sentito molte promesse, spesso rimaste tali.
Le fondazioni lirico-sinfoniche sono un po’ la “Cenerentola” della cultura in Italia: vengono valorizzate solo in occasioni simboliche, come accaduto con l’evento all’Arena di Verona per celebrare l’ingresso dell’opera lirica nel patrimonio immateriale UNESCO. Se non si è trattato solo di una vetrina, allora servono investimenti concreti e continui, non tagli.
Su Claudio Orazi pesano anche interrogazioni legate all’acquisto del capannone di Casale Monferrato e vicende risalenti alla sua sovrintendenza al teatro lirico di Cagliari: due indizi fanno una prova anche per Genova?
Orazi ha sempre avuto un approccio prudente durante il suo mandato, quindi queste notizie mi hanno sorpreso. Saranno gli organi competenti a chiarire eventuali responsabilità. Sul capannone avevamo espresso dubbi legati soprattutto alla distanza da Genova e ai costi logistici. Probabilmente si potevano valutare soluzioni più convenienti sul territorio. In ogni caso, al di là delle singole gestioni, a noi interessa il futuro del teatro e dei suoi lavoratori. Se la questione delle scenografie non venisse chiarita, si aggiungerebbe un ulteriore problema a un bilancio già in difficoltà.
L’approccio del sovrintendente Michele Galli com’è?
È un profilo concreto e dialogante, molto preparato. Sta portando alla luce una situazione che ha sorpreso tutti.
Confidiamo nel suo lavoro e nel fatto che si possa arrivare a una soluzione positiva per i dipendenti. Va anche detto che il mondo della lirica non è affatto ricco come spesso si immagina: anche noi lavoratori facciamo fatica ad arrivare a fine mese, con famiglie e responsabilità come tutti.
E oggi qual è il clima attorno al teatro?
Negli ultimi anni l’asse si è spostato sempre più sul piano politico. Con amministrazioni diverse tra Comune e Regione, il rischio è che il teatro diventi terreno di scontro, con un continuo rimpallo di responsabilità.
Noi chiediamo che si esca da questa logica: i lavoratori non possono finire nel “tritacarne” della politica.
Elettra Raffaela Melucci




























