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Home - Approfondimenti - Analisi - Stesse diagnosi, diverse ricette, per uscire dalla palude e dallo ”sciopero degli investimenti”

Stesse diagnosi, diverse ricette, per uscire dalla palude e dallo ”sciopero degli investimenti”

di Nunzia Penelope
31 Ottobre 2014
in Analisi

Politica industriale: parole desuete, tracce di passato che ricordano i tempi lontanissimi di Beneduce, di Nino Andreatta, di Romano Prodi, dell’Iri. E che sono tornate a risuonare giovedì sera nelle stanze dell’Arel, prestigioso think tank animato da Enrico Letta. Occasione, la presentazione del libro di Dario Di Vico e Gianfranco Viesti, edito dal Mulino: ‘’Cacciavite, robot e tablet. Come far ripartire l’industria”. Attorno al tavolo, assieme agli autori, lo stesso Letta, l’imprenditore Francesco Merloni,  Andrea Bolla di Confindustria, Stefano Firpo del Mise, gli economisti Giacomo Vaciago e Riccardo Gallo.

Due ore di confronto tra diverse opinioni (a iniziare da quelle dei due autori, uniti sulla diagnosi, divisi sulla ricetta) suggestioni, proposte, spunti, finalizzati però allo stesso traguardo: uscire dalla palude, dallo “sciopero degli investimenti” (così lo definisce Viesti), dalla costante “perdita di imprenditorialità” di un paese che era – una volta, tanto tempo fa – la sesta potenza industriale del mondo. La colpa è della crisi, certo, ma non solo. L’imprenditore Francesco Merloni, ricorda infatti che “l’Italia era in crisi dieci anni prima della crisi”. E quindi sono ormai diciassette anni, arrotondiamo pure a un ventennio, che stiamo a bagno nella palude. Merloni elenca i ‘mali’ che frenano l’Italia: “politica, burocrazia, magistratura, bassa istruzione, carenza di senso civico e sociale”. E i punti di forza: “ambiente, turismo, food, made in Italy, ma anche capacità di adattarsi alle esigenze del cliente”. Ma la base del rilancio, afferma, resta l’industria manifatturiera, quella dove nasce l’innovazione e che funge da traino ai servizi: ed è lì che occorrerebbe investire e puntare. ” distretti industriali, che tutti davano per spacciati, sono del resto vivi e vegeti”. Altri spunti di riflessione di un imprenditore che si confronta sul campo: la burocrazia incredibile che ha “affossato”’ Industria 2015, l’assenza di fondi pubblici per finanziare  il credito di imposta, che pure sarebbe utile, sugli investimenti in ricerca e sviluppo. Ricerca e sviluppo richiedono spirito di iniziativa, sudore e sangue, rischio, e soprattutto investimenti. Ma il credito è in asfissia, e i pochi investimenti che ancora si vedono vanno, troppo spesso, nella direzione sbagliata.

Oggi più che mai, dunque, una politica industriale sarebbe necessaria. Non sono solo esercitazioni di intellettuali e professori di economia: la politica industriale è la chiave dello sviluppo, ed è, pertanto, qualcosa che impatta sulle vite di tutti: del paese, della nostra economia, dei singoli cittadini. E tuttavia, le ricette divergono. C’e’ chi la vede come una mano pubblica che arriva in soccorso delle imprese, indirizzando, guidando, e magari anche finanziando. E chi, al contrario, è per lasciare mano libera solo al mercato.

Riccardo Gallo, per esempio, spiega tutto quello che “non deve essere” la politica industriale: non basate su intervento pubblico diretto, che non ha mai funzionato; non per settori, idem; non per correggere le dimensioni delle piccole imprese attraverso iniezioni di capitali pubblici, percarità. La ricetta di Gallo è semplicissima: “la politica industriale la fanno le imprese e la fa il mercato. Stop” Giacomo Vaciago, a sua volta, ricorda che “le imprese che andavano bene sono già ripartite”, crisi o non crisi; le altre, invece, “stanno morendo”: meglio lasciare che riposino in pace. L’intervento dello stato, del resto, sarebbe possibile se stessimo parlando di uno “smart state”,  vale a dire uno “stato leggero ed efficiente”. Ma siamo in Italia, e lo stato è, per definizione, “inefficiente”.

Non la pensa così Gianfranco Viesti. La sua tesi è quella, appunto, di una politica industriale sostenuta dall‘azione pubblica: “sono in disaccordo con tutto e tutti”, afferma, pur ammettendo: “so che le mie idee sono oggi minoritarie” rispetto al mood del paese. E aggiunge: “non sono affatto convinto che la Tatcher sia il modello giusto a cui ispirarsi”: anche se oggi, in Italia, è, diciamo, di moda. Altri spunti interessanti nel suo intervento: una riflessione sul capitale umano, sempre più scarso nel nostro paese, che ormai “nelle imprese ha una media di laureati inferiore alla Romania”, mentre “calano costantemente le immatricolazioni all’universita”. Tema grave, preoccupante, che resta però sullo sfondo del dibattito nazionale. A differenza di altri paesi, come gli Usa, dove, malgrado le difficoltà di bilancio, Obama insiste per investire sull’istruzione: “non vi chiedete quanto ci costa la scuola, pensate a quanto ci costerà l’ignoranza”, e’ tra gli slogan preferiti del presidente. E ancora: quando si parla di domanda pubblica, dice Viest,  ricordarsi che “la sola fabbrica che produceva autobus in Italia è stata chiusa”, mentre nelle città aumenta il traffico di auto private, con danno alle tasche dei cittadini e all’ambiente. In sintesi: “spending review in Italia viene tradotta con ‘tagli alla spesa pubblica’, ma non sono affatto la stessa cosa”. Una spesa pubblica ben indirizzata farebbe bene al bilancio pubblico. E non è un paradosso, ma la ricetta del Fondo Monetario.

Dario Di Vico, a sua volta, è per una politica industriale in cui il ruolo pubblico sia, sostanzialmente, quello di ridurre le tasse sulle imprese, lasciando a queste ultime, ai fondi di investimento, alle banche, alle grandi multinazionali, il ruolo di protagonisti. Di Vico sottolinea le bizzarrie di un paese ossessionato dagli assetti proprietari più che dagli investimenti, che non ha la cultura del “retail”, che invoca l’arrivo delle grandi multinazionali, ma poi, quando arrivano, le abbandona a se stesse: “ho visto country manager di importantissime multinazionali costretti a fare la fila ai convegni per poter incontrare qualche esponente del Governo”. Proprio i country manager sono figure fondamentali, che il governo dovrebbe inseguire: da loro, infatti, dipende l’allocazione degli investimenti, la destinazione delle risorse.

Due esempi portati da Di Vico: la San Pellegrino, ex marchio italiano della famiglia Mentasti, acquistato dalla Nestle che ne ha fatto un marchio globale. Il Ceo della stessa Nestlè ora vorrebbe ripetere l’exploit con la Pizza Buitoni, prodotta in Campania: ma stenta a trovare un interlocutore istituzionale con cui dialogare. “La disgrazia peggiore per il capitalismo italiano non è stata la morte di Cuccia, ma l’arrivo di Ikea: perché avremmo dovuto farla noi” afferma Di Vico. Noi, cioè gli stessi “che oggi acclamano Farinetti come un genio, mentre avevamo tutti gli elementi per realizzare modelli “Eataly” già vent’anni fa”. E si potrebbe continuare, per esempio, con la Benetton, che quarant’anni fa ebbe la giusta intuizione dell’abbigliamento “just in time” diffuso capillarmente, ma poi preferì le Autostrade (e le rendite), col risultato che oggi ha dovuto cedere il passo al colosso spagnolo Zara, che ormai assorbe, assieme all’altro genio svedese, H&M, una gran fetta della spesa per abbigliamento degli italiani.

Anche questa è politica industriale, anzi: questa è forse l’essenza stessa della politica industriale. Così come lo è – o lo sarebbe – saper intervenire a livello Ue, per cambiare le assurde e vetuste regole di un antitrust (come ha sottolineato lo stesso Enrico Letta) che non ha più capo né coda, quell’antitrust che ha impedito ai finlandesi di Outokumpu di rilevare le Ast dalla Thyssen e che ha portato, di anno in anno, fino all’attuale disastro di Terni. Il cerchio, qui, si chiude: tra le manganellate agli operai che manifestavano a Roma per evitare lo smantellamento della fabbrica e della sua produzione di eccellenza, l’interesse nazionale e la politica industriale, i gradi di separazione, oggi, sono quasi zero.

Nunzia Penelope

 

Nunzia Penelope

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