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Home - Approfondimenti - La nota - Ecco perché i 100 euro di Macron non sono come gli 80 euro di Renzi

Ecco perché i 100 euro di Macron non sono come gli 80 euro di Renzi

12 Dicembre 2018
in La nota
Ecco perché i 100 euro di Macron non sono come gli 80 euro di Renzi

Nella serata di lunedì 10 dicembre, il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha tenuto un discorso televisivo indirizzato alla nazione. Scopo esplicito dell’intervento: dare una prima risposta al movimento dei cosiddetti gilets jaunes. Scopo implicito: tentare un’interlocuzione con un movimento non solo ampio e minaccioso, ma anche, per così dire, sfuggente, essendo privo di una struttura organizzata e quindi di capi riconosciuti. E quindi, ancora, tentare di stemperare una situazione sociale incandescente e indicare qualche nuova via da percorrere da qui alle lezioni europee della prossima primavera.

La questione che si è conquistata la maggiore attenzione, nel discorso di Macron, è stata ovviamente quella delle tasse aggiuntive sui carburanti, ovvero la questione a partire dalla quale il movimento dei “giubbotti gialli” è esploso. Ma un rilevante interesse è andato anche agli altri aspetti del discorso presidenziale, volto, in senso lato, ad affrontare la questione del disagio sociale emerso in modo clamoroso nelle scorse settimane.

Delle diverse promesse formulate da Macron, una delle più difficili da capire, specie per gli osservatori italiani,  nel suo vero significato, nonché nei suoi possibili effetti, è quella di aumentare il cosiddetto salario minimo di 100 euro al mese per tutto il 2019.

Tali difficoltà sono di due ordini diversi. Da una parte, sono legate al forte tasso di indeterminatezza, o se vogliamo all’ambiguità, della parte del discorso di Macron dedicato al tema del salario minimo. Dall’altra, derivano dalle notevoli differenze che separano il sistema contrattuale francese da quello italiano, e quindi i diversi sistemi retributivi esistenti nei due paesi. Differenze che rendono più difficile concepire, in termini italiani, ciò che ha veramente detto Macron.

Cominciamo dunque da questo secondo punto. La differenza fondamentale tra il sistema contrattuale italiano e quello francese rinvia a una differenza, ancor più fondamentale, tra le diverse storie politiche di questi due paesi. In Francia, come è noto, lo Stato nazionale si è creato molto prima che in Italia. Già all’epoca del Re Sole, ovvero nel ‘600, Parigi aveva saldamente in pugno il governo dell’intera Francia. In Italia, invece, come del resto in Germania, lo Stato nazionale si è formato oltre due secoli dopo, e cioè nell’800.

L’abbiamo presa troppo alla larga? Non credo. Perché è un fatto che, in Francia, l’intervento regolatore dello Stato sulla vita economica risale a Colbert, ovvero al Ministro delle Finanze di Luigi XIV, il Re Sole, appunto. La centralità delle decisioni prese a Parigi si sono poi riprodotte successivamente nella storia francese, anche dopo la Rivoluzione del 1789, dando vita a figure come napoleone Bonaparte e al bonapartismo, che arriva fino a De Gaulle e oltre.

La conseguenza sindacale di questo quadro storico sta nel fatto che anche dopo l’avvento dell’età industriale, lo Stato centrale ha mantenuto un forte ruolo regolatore sul’attività economica. Ruolo che si è tradotto nel fatto che l’attività regolatoria delle relazioni industriali non è demandata, principalmente, alla contrattazione collettiva, ma all’intervento della legge. Accadde così, ad esempio, con i famosi accordi di palazzo Matignon (1936), ovvero agli accordi in base ai quali il Governo del Fronte Popolare, guidato da Léon Blum, diede vita a una legislazione favorevole al lavoro. Legislazione il cui emblema fu l’introduzione – per legge, appunto – della settimana di 40 ore lavorative pagate 48.

In quest’ambito, nel 1950 fu introdotto in Francia anche lo Smig, ovvero il salario minimo interprofessionale garantito. In pratica, una paga oraria minima, fissata dalla legge, al di sotto della quale nessun datore di lavoro poteva collocare le proprie offerte retributive.

Il difetto dello Smig era che, essendo legato solo all’andamento dell’inflazione, finiva per avere una dinamica inferiore a quella dei salari conquistati dai sindacati con la contrattazione collettiva. Questi ultimi, infatti, risentivano positivamente della crescita tendenziale della produttività del lavoro, dovuta all’innovazione tecnologica e organizzativa. Per accorciare le distanze fra il primo e i secondi, nel 1970, lo Smig fu quindi trasformato in Smic, o “salario minimo interprofessionale di crescita”, ovvero in una paga minima fissata in base a indicatori più complessi. E sarà qui utile ricordare che, a gennaio del 2017, lo Smic dava luogo a un salario mensile lordo di 1.480,30 euro.

In Italia invece, come in Germania, la regolazione delle relazioni industriali ha avuto il suo centro nella contrattazione collettiva dispiegatasi fra le parti sociali, sindacati dei lavoratori e associazioni degli imprenditori., a livello nazionale.

A tale livello, quello dei contratti di categoria, si è poi aggiunto il cosiddetto secondo livello, quello aziendale o di gruppo. Così i salari di fatto sono in genere determinati dal sommarsi alla retribuzione derivante dal contratto nazionale di quella derivante dall’accordo di secondo livello e, in alcuni casi, da qualche superminimo individuale.

Dopo l’abolizione della scala mobile, si può quindi dire che la legge, in Italia, abbia avuto poca voce in capitolo nel determinare i livelli effettivi delle retribuzioni lorde. Ne ha avuta, invece, non poca nella determinazione delle retribuzioni nette. E ciò, ovviamente, per mezzo dell’imposizione fiscale. Non per caso, i famosi “80 euro di Renzi” altro non sono stati se non una forma di defiscalizzazione parziale, ovvero una diminuzione delle imposte che gravano sul reddito da lavoro.

Tutto ciò ricordato, possiamo tornare alla serata di lunedì 10 dicembre e al discorso di Macron. Il quale, al di là di un’oratoria, quanto meno, elegante, ha detto, almeno sul punto delle retribuzioni, cose poco chiare non solo per noi, ma anche per i più attenti fra gli ascoltatori francesi.

Macron, infatti, ha detto, in primo luogo, che i salariati pagati al livello dello Smic prenderanno 100 euro (lordi) in più al mese. E ciò per tutto l’anno prossimo. In secondo luogo, Macron ha però affermato che questo aumento del potere d’acquisto dei salariati retribuiti al livello dello Smic “non costerà un euro in più agli imprenditori”.

Domanda ovvia: come potrà realizzarsi questo miracolo? La prima cosa che verrebbe in mente a un osservatore italiano è che Macron abbia pensato, anche se non l’ha detto, a un intervento tipo quello degli 80 euro renziani. Ovvero, a una qualche misura di defiscalizzazione delle retribuzioni, o di loro parte, che aumenti il reddito disponibile per i lavoratori senza accrescere il costo del lavoro per gli imprenditori. Ma non è così.

Gli osservatori francesi spiegano, d’altra parte, che, anche per l’anno prossimo, la dinamica dello Smic, di per sé, restando agganciata all’inflazione, dovrebbe dare un aumento del 2%. Aumento che, però, ovviamente, non dovrebbe tradursi in nessuna crescita del potere d’acquisto

E allora? Allora, spiega Fausto Durante, responsabile delle politiche europee e internazionali della Cgil, il timore dei sindacati francesi è che il cosiddetto aumento dello Smic dovrebbe derivare, nei progetti di Macron, da un anticipo temporale del cosiddetto “premio d’attività” (prime d’activité). Laddove il premio d’attività è un bonus previsto dal sistema francese di sicurezza sociale creato nel 2015 anche allo scopo di incrementare il potere d’acquisto dei lavoratori poveri.

Se fosse così, si capirebbe perché l’aumento dello Smic non dovrebbe costare un euro ai datori di lavoro. Per saperlo, però, bisognerà attendere che, dall’allocuzione televisiva di Macron, si passi a un disegno di legge elaborato, verosimilmente, dal Governo francese e presentato poi in Parlamento.

Al di là della denuncia macchinosità del meccanismo concepito da Macron per dare qualche sollievo salariale ai lavoratori poveri, da parte sindacale sono poi venute altre critiche al Presidente francese.

Per il Segretario generale della Cgt, Philippe Martinez, Macron “non ha capito nulla o non ha voluto capire nulla della collera” che si è espressa attraverso i movimenti sociali che hanno scosso la Francia in queste settimane. Sottolineando poi che la crescita di 100 euro al mese dello Smic “è molto lontana da ciò che noi chiediamo”. La Cgt, infatti, aveva rivendicato una crescita dello Smic al livello di 1.800 euro lordi a mese.

“Il punto importante del discorso di Macron – osserva Fausto Durante – è il riconoscimento dell’esistenza di una questione salariale come parte del disagio sociale sofferto da ampie fasce di lavoratori e di cittadini francesi. Il suo limite sta però nel fatto che lo stesso Macron non ha preso atto, a livello teorico, del fallimento delle politiche di austerità che in Francia, come nel resto d’Europa, hanno causato questo profondo e diffuso disagio.”

“Aver ridotto il dialogo sociale a una passerella – conclude Durante – in cui ai sindacati sono concessi minimi spazi temporali per esprimere le loro osservazioni può aver semplificare, all’inizio, l’azione di Governo di Macron. Ma poi, evidentemente, ha portato a delle conseguenze indesiderate.”

@Fernando_Liuzzi

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