Il rapporto 2026 dell’Ocse sull’occupazione nei paesi sviluppati pubblicato a inizio luglio contiene, oltre ai dati più noti sulle tendenze che riguardano l’andamento di occupazione e salari, un importante approfondimento su come in diversi Paesi funzionano e sono diffuse i “patti di non concorrenza” che diversi lavoratori firmano spesso all’atto della loro assunzione.
Si tratta di una questione che presenta anche in Italia molte anomalie e vessazioni a danno dei dipendenti e, a parte pochi economisti che ne hanno giustamente scritto, non trova spazio nel dibattito pubblico né vede correttivi in campo.
Di cosa stiamo parlando? Il codice civile prevede che i lavoratori dipendenti possano essere vincolati ad un patto di non concorrenza con l’azienda presso cui lavorano, purché in forma scritta, circoscritto a specifiche mansioni, aree territoriali e settori, a fronte di un adeguato corrispettivo economico che compensi tale disponibilità.
Si tratta certamente di una norma razionale e valida, nata per evitare casi di concorrenza sleale o il passaggio di dati o informazioni sensibili quando un lavoratore passa da un’azienda ad un’altra.
Ma in realtà il cattivo utilizzo di questa clausola si sta diffondendo ben al di là delle ragioni per cui è nata. L’Ocse evidenzia come in Italia quasi il 20% dei lavoratori ha sicuramente, o molto probabilmente, dovuto accettare patti vincolanti di questo tipo. E’ certamente un dato in crescita ed enorme, che dice come questa normativa sia sempre più inflazionata e usata in modo distorto. Essa infatti dovrebbe essere limitata a figure di elevato livello professionale (come il capo di un progetto di un nuovo prodotto, ricercatori, responsabili di settori commerciali) che devono impegnarsi a non favorire aziende concorrenti con le competenze e i dati conosciuti.
L’Ocse stesso segnala che se da un lato si comprendono alcune ragioni che spingono le aziende ad estendere i patti di non concorrenza tra i lavoratori assunti e in forza (crescente investimento in formazione, ricerca di stabilità occupazionale, protezione di dati e informazioni sensibili), dall’altro lato tali azioni riducono un sano dinamismo nel mercato del lavoro, producono effetti penalizzanti sulla crescita della produttività e dei salari.
Se dal rapporto Ocse passiamo al mondo reale e proviamo a fare alcune verifiche tra i lavoratori di diversi settori, ci rendiamo conto di come in Italia siamo di fronte ad una vera e propria emergenza che ha bisogno di essere denunciata ed affrontata con soluzioni e correttivi.
La diffusione di questi patti, contenuti sempre più nei contratti di assunzione, sta ormai riguardando quote importanti di lavoratori a media e bassa professionalità: normali manutentori, attrezzisti, informatici, addetti alle vendite, addirittura anche semplici magazzinieri, figure che non hanno certamente motivo di essere vincolate in questo modo.
Ma ciò che più danneggia i diritti dei lavoratori è che in molti di questi contratti non esiste (come da codice civile) una adeguata indennità economica di compensazione a favore del lavoratore (spesso indicata dalla magistratura in migliaia di euro annue), mentre invece il lavoratore si impegna a vedersi trattenuto fino al 30% della Ral annua in caso di dimissioni date prima di un periodo stabilito (di norma fissato in 3 anni).
Ecco allora che la norma del codice civile si sta trasformando in una palla al piede che rende il lavoratore prigioniero della azienda che lo ha assunto.
I numeri sono davvero impressionanti per chi si occupa di relazioni industriali. Le aziende usano sempre più questa regola non per proteggere segreti industriali, ma per trattenere lavoratori che sono oggi merce sempre più rara in un mercato del lavoro affetto dalla denatalità, convinte che quasi nessuno andrà poi da un giudice a impugnare l’abuso. Se la ragione è comprensibile, siamo di fronte a qualcosa di insano e occorre mettere un freno a tutto ciò.
Servirebbe una indagine più approfondita di carattere nazionale per dare conto in modo più preciso di questo fenomeno che penalizza non solo i lavoratori ma tutto il mercato del lavoro italiano. E servirebbero soluzioni, che non stanno in decreti legge o modifiche del codice civile. Sono le parti sociali ad avere il ruolo giusto per intervenire, facendo sì che i singoli CCNL possano regolare e definire le professionalità che possono essere soggette alle clausole di non concorrenza, liberando tutte le altre e togliendo le stesse dalle mani di imprese che le usano male e contro il lavoro.
Roberto Benaglia – Fondazione Carniti


























