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Home - Approfondimenti - Interviste - Quando il lavoro di una persona vale meno di una maglietta

Quando il lavoro di una persona vale meno di una maglietta

di Tommaso Nutarelli
15 Dicembre 2017
in Interviste

La Clean Clothes Campaign ha presentato da poco il suo ultimo rapporto “L’Europa dello sfruttamento”. Il Diario del lavoro ha intervistato Deborah Lucchetti, portavoce delle sezione italiana dell’organizzazione internazionale, per conoscere i dettagli della campagna  che il network sta portando avanti nei paesi dove lo sfruttamento dei lavoratori del settore tessile è ancora presente.

Lucchetti, che cos’e’ e come e’ organizzata la Clean Clothes Campaign?

La Clean Clothes Campaign (CCC) è un network internazionale nato 30 anni fa in Olanda, che raggruppa numerose organizzazioni e che ha coalizioni nazionali e coordinamenti regionali, in Europa e nel mondo. L’obiettivo è promuovere, con particolare attenzione al settore tessile-abbigliamento, lo sviluppo di relazioni industriali paritetiche e democratiche dove non sono presenti, prestando attenzione al miglioramento delle condizioni di lavoro delle persone. Attraverso tutta una serie di rapporti di ricerca, tra cui anche l’ultimo “L’Europa dello sfruttamento”, cerchiamo di analizzare lo sviluppo dei fenomeni di delocalizzazione e l’impatto che hanno sul mercato del lavoro. Operare nel settore tessile consente di avere uno sguardo privilegiato su questi elementi, perché stiamo parlando di un comparto nel quale si sono affermati grandi player, che posseggono sia un marchio e molto spesso anche la distribuzione, e che sfruttano appieno la delocalizzazione verso mercati che offrono mano d’opera a bassissimo costo.    

Quali sono i vostri rapporti con i sindacati?

Ci sono diversi livelli di collaborazione e che variano di paese in paese. In Germania e in Belgio, ad esempio, alcune sigle sindacali fanno proprio parte della CCC, mentre non è così in Italia. Naturalmente ci interfacciamo anche con le sigle internazionali, come IndustriALL Global Union, con la quale abbiamo cooperato dopo il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, sia con IndustriALL Europe. Il nostro obiettivo è quello di stringere, il più possibile, relazioni con i sindacati di paesi come il Bangladesh, o gli stati dell’Europa balcanica e orientale e in genere dei paesi produttori , dove manca un solido sistema di relazioni industriali e qualsiasi iniziativa di tutela del sindacato o viene osteggiata dal poter politico, o non si concretizza affatto. E questo, anche per la debolezza delle stesse associazioni di rappresentanza.

In che condizioni opera il sindacato in questi paesi, con quali rapporti di forza?

Assolutamente negative. Manca un sistema di relazioni industriali consolidato, capace di garantire una libera dialettica tra tutti gli attori. Ci sono invece rapporti di forza del tutto squilibrati, che pendono a vantaggio delle grandi multinazionali, favorite anche dalla legislazione dei governi locali. Riscontriamo anche grosse difficoltà da parte del sindacato nel ripensarsi come un soggetto autonomo e di tutela dei diritti all’interno di un mercato globalizzato. In tutto questo non mancano minacce e vessazioni nei confronti del sindacato e dei lavoratori iscritti. Si viene a creare anche un clima di omertà, nel quale, molto spesso, l’alternativa è tra un lavoro sottopagato e privo di diritti e la disoccupazione. È anche molto difficile fare un’analisi accurata sulle condizioni dei diversi sindacati. Da una parte perché ci sono numerose variabili che incidono sulla prassi sindacale di ogni paese, dall’altra perché spesso gli stabilimenti nei quali i grandi marchi producono sorgono in aree rurali, nelle quali il tasso di sindacalizzazione è pressoché nullo. E questo rende meno agevole la raccolta di informazioni.

Le condizioni che mi ha appena descritto, da cosa sono causate?

Premesso che ogni paese presenta delle specificità diverse, ci sono degli elementi che costituiscono un filo rosso che li lega tutti. Prima di tutto manca, come detto, un solido sistema di relazioni industriali. Dal punto di vista del sistema produttivo e della catena del valore, circa il 70-80% del costo di un prodotto finito torna indietro alle multinazionali, e mediamente solo il 2-3% finisce nelle tasche dei lavoratori, mentre il resto va all’impresa che ha avuto in appalto la commissione. Dunque stiamo parlando di un’economia che di fatto non distribuisce la ricchezza fra tutti gli attori della filiera, e dove i lavoratori sono i nuovi poveri. Queste dinamiche sono causate da carenze legislative al livello sia nazionale, sia sovranazionale, come nel caso dell’Europa. Quello che noi evidenziamo nell’ultimo Rapporto, così come in quelli precedenti, è che in questi paesi i governi fissano salari minimi legali al di sotto della soglia di povertà. Questa struttura, che comprime i salari e abbatte notevolmente il costo del lavoro, attrae le multinazionali. C’è dunque una convergenza tra le politiche del lavoro di questi paesi e gli interessi dei grandi marchi dell’abbigliamento. Anche la posizione di alcune istituzioni internazionali come il FMI e la BCE, che per lungo tempo hanno invitato alla moderazione salariale, è un fattore che alimenta questa situazione. Altro elemento è la politica degli incentivi, adottata dai governi per attrarre le multinazionali. Stiamo parlando di incentivi coperti da fondi pubblici, costituiti da detassazione, sussidi diretti per l’avvio della produzione, fino alla creazione di vere e proprie zone franche, nelle quali le spese per il terreno e le forniture energetiche sono irrisorie. Naturalmente tutte queste risorse vengono sottratte ai servizi e al welfare, già molto carenti. Si vengono così a creare dei veri e propri “paradisi produttivi”.

Nell’ultimo rapporto voi parlate in modo approfondito del fenomeno del reshoring, in che cosa consiste?

Letteralmente vuol dire ritorno. Stiamo osservando che molte aziende stanno abbandonando i mercati asiatici, quelli che, al contrario, avevano rappresentato l’utopia della delocalizzazione negli anni ’80. Questo ritorno di capitali, tuttavia, non è dovuto alla volontà di creare occupazione nella vecchia Europa, ma al fatto che anche in molti paesi del nostro continente si sono ormai create condizioni di lavoro simili a quelle del sud-est asiatico. Questo è molto evidente negli stati dell’est Europa, che dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi socialisti hanno attraversato un lungo periodo di transizione. Il reshoring ci sta dunque dicendo che anche in Europa le condizioni di lavoro sono notevolmente peggiorate.

Altro elemento che evidenziate è l’alto tasso di lavoro femminile, che in alcuni casi arriva al 92%. In che condizioni si trovano le lavoratrici di questi paesi?

Tradizionalmente il tessile è un settore con un’altissima presenza femminile. Nei paesi che i nostri rapporti prendono in esame, le donne vivono una situazione ancor più drammatica di quella dei loro colleghi: in un contesto generale di compressione dei salari, sono quelle che pagano il prezzo più alto. Inoltre costituiscono una forza lavoro estremamente flessibile – un fattore competitivo in più per l’azienda – e anche molto fragile, perché molto spesso è la donna il breadwinner, cioe’ quella che ‘’porta a casa la pagnotta’’,  perché la forza lavoro maschile è emigrata. Con una famiglia sulle spalle sono molto più ricattabili e disposte ad accettare condizioni di lavoro inique. C’è inoltre da dire che alcuni comparti del tessile-abbigliamento sono a basso valore aggiunto, e questo rende i lavoratori, uomini e donne indistintamente, facilmente sostituibili.

In che modo le istituzioni europee stanno affrontando questa situazione?

Mentre a parole si insiste molto su un’Europa sociale, garante dei diritti, nei fatti non c’è la volontà di diffondere condizioni di lavoro e salari dignitosi. Da un punto di vista quantitativo, si può registrare un effettivo aumento dell’occupazione in questi paesi, ma al livello europeo ci si dovrebbe chiedere se, qualitativamente, un’occupazione di questo tipo produca un reale benessere, economico e sociale.

Tommaso Nutarelli

Tags: LavoroDirittiLegalitàTessili
Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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