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Home - Blog - Cosa resta del Jobs Act (e di Letta vs Blair)

Cosa resta del Jobs Act (e di Letta vs Blair)

di Giuliano Cazzola
5 Settembre 2022
in Blog
Inps, da inizio anno saldo di 469mila assunzioni a tempo indeterminato

“Il programma del Pd supera finalmente il Jobs Act, sul modello di quanto fatto in Spagna contro il lavoro povero e precario. Il blairismo è archiviato. In tutta Europa sono rimasti solo Renzi e Calenda ad agitarlo come un feticcio ideologico”. Sono rimasto basito quando ho letto questo tweet di Enrico Letta diffuso nell’ambito della sua campagna elettorale. A parte il mio dissenso, mi sono chiesto se queste affermazioni (messe in fila una dopo l’altra) possono davvero favorire un miglior risultato del Pd e della coalizione di centrosinistra nelle urne del 25 settembre. Infatti, come si diceva un tempo, delle due l’una: o il leader del Pd non si è spiegato bene e quindi dovrà fare, come capita spesso a Silvio Berlusconi, un comunicato di rettifica oppure Letta, a causa di singolare cupio dissolvi, si candida non solo a perdere le elezioni, ma a convalidare anche i motivi della sconfitta. Infatti, il leader di un partito che si dichiara riformista commette un errore a liquidare il jobs act  “per andare oltre” (cioè indietro) col pretesto dell’adozione, nella lotta contro il lavoro povero e precario, di un modello spagnolo che, alla fin dei conti, è solo un’illusione ottica.

Il pacchetto varato nel 2015 dal Governo Renzi (un altro segretario che sapeva vincere le elezioni) ha rappresentato la più importante modernizzazione del diritto del lavoro degli ultimi decenni, anche per la complessità e l’ampiezza degli argomenti affrontati. Certo il jobs act, come tutto ciò che è innovazione, si è portato appresso lo stigma della Cgil (Maurizio Landini ha negato anche negli ultimi giorni che quel provvedimento possa essere considerato di sinistra) e l’ostilità della giurisprudenza del lavoro, compresa quella della Consulta, che ha fortemente menomato alcuni aspetti fondamentali del contratto a tutele crescenti, tra cui la prevedibilità dei costi del licenziamento per l’impresa. Si vuole importare in Italia la riforma sperimentale dei contratti a termine approvata in Spagna? D’accordo, ma senza fare i furbi. La situazione di quel paese è molto diversa dalla nostra, in quanto la quota di lavoro a termine era, prima della riforma, pari al 25% dei rapporti di lavoro subordinato (in Italia, è in linea con la media europea). Poi le assunzioni a termine fanno parte della fisiologia del lavoro per sostituire lavoratori o affrontare lavori stagionali e picchi produttivi. Ecco quanto  si è stabilito in Spagna, su impulso della Commissione europea che aveva condizionato l’erogazione della prima tranche (12 miliardi) del Recovery fund ad una riforma del marcato del lavoro: i contratti a termine non potranno durare più di sei mesi (o un anno in presenza di accordi collettivi) e potranno essere utilizzati dalle imprese per non più di 90 giorni in un anno. Come si vede, sembra eccessivo parlare di abolizione,  anche se il ridimensionamento è evidente, con riguardo però ad una disciplina precedente che non aveva riscontri attendibili con quella italiana. Poi, non sembra corretto scegliere “fior da fiore” dalle regole del mercato del lavoro di un altro paese e cogliere ciò che serve. La differenza tra la disciplina del rapporto di lavoro spagnolo con quello italiano, riguarda in via prioritaria le norme del licenziamento. Quando è facile licenziare lo diventa anche assumere.  In Spagna se le sognano le garanzie dello stesso biasimato contratto a tutele crescenti.

Se il Giudice del lavoro, su ricorso del lavoratore, ritiene il licenziamento come “improcedente” (illegittimo) condanna l’azienda a pagare al dipendente licenziato una indennità pari a 33 giorni di salario per ogni anno di servizio, fino a un massimo di 24 mensilità. Non occorrono molte spiegazioni per individuare le differenze con l’ordinamento del recesso vigente in Italia. E Letta, se vuole “fare come in Spagna”, deve prendersi – come dice un personaggio di “Amici miei” –  tutto il pacchetto. Ma delle dichiarazioni del segretario del Pd trovo – absit iniuria verbis – insensate le considerazioni liquidatorie del “blairismo” che, a suo dire, è “archiviato” in tutta Europa, mentre viene agitato solo in Italia come un “feticcio ideologico” dalla “strana coppia” del Terzo Polo. Purtroppo è vero che la terza via di Tony Blair non goda molta popolarità, a partire dal Regno Unito. Ma c’è una conseguenza che non può essere sfuggita al leader del Pd: la sinistra, senza il “blairismo” ha smesso di vincere. Blair è stato l’unico premier laburista che ha governato per dieci anni di fila, dopo un lungo periodo di prevalenza dei Tory su impulso di Margaret Thatcher. E che non fu sconfitto nelle elezioni, ma si dimise. Oggi, laddove governa, come in Spagna, la sinistra e il Psoe non se la passano tanto bene. In Francia il partito di Mitterrand è un questuante alla corte di Jean-Luc Mèlenchon. Olaf Scholz ha vinto le elezioni in Germania  presentandosi come il vero erede di Angela Merkel.

Anche Tony Blair fece  tesoro dei cambiamenti introdotti in tre lustri di politica tory. A pensarci bene, la lezione di Margaret Thatcher  venne studiata con cura da tutte quelle forze neo-socialiste che, in Europa, in quegli anni si proponevano (oggi tutti riconoscono, per esempio, la validità della “cura” di Gerard Schroeder al “grande malato” tedesco) un rinnovamento di programmi, alleanze politiche e rappresentanza sociale.  Allora il socialismo democratico  era un punto di riferimento (Mitterrand in Francia, Gonzales in Spagna). Persino Massimo D’Alema  tentò di incamminarsi per quella via;  in una intervista televisiva da presidente del Consiglio, il lider maximo lasciò intendere che la principale differenza tra la Quercia e il New Labour  stava tutta nei punti di partenza: Blair aveva trovato già fatto quel lavoro di risanamento e di modernizzazione che D’Alema avrebbe dovuto, invece, portare a termine da solo. E con grande fatica, poiché nessun avversario è tanto irriducibile e testardo come la Vecchia sinistra, la stessa che Blair definiva “reazionaria”. L’ex premier di Sua Maestà britannica  fu un sincero europeista, fautore e promotore dell’allargamento ad Est. “La Gran Bretagna crede nell’allargamento; noi siamo favorevoli all’allargamento; noi crediamo che l’introduzione di questi nuovi paesi abbia già fatto la differenza sulla via del progresso per l’Unione Europea”. Queste  sono parole pronunciate da Tony Blair, durante la sua visita in Ungheria, in qualità di presidente di turno dell’Unione. “Il mancato raggiungimento di un accordo durante la presidenza britannica sarebbe – aggiunse Blair – un vero tradimento anche nei confronti del mio stesso Paese, perché andrebbe contro la costruzione di una moderna e forte economia europea. Perché la crescita di questi paesi darà lavoro e prosperità anche agli altri paesi, come la Gran Bretagna”. Caro Enrico, averne di leader come Tony Blair!

 Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista

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