Sindacati compatti sulla richiesta al ministero delle Imprese e del Made in Italy di un tavolo urgente sull’industria dell’elettrodomestico, che in Italia occupa più di 100.000 addetti. L’ultimo (e primo) incontro, fa notare il segretario nazionale della Fim-Cisl, Massimiliano Nobis, risale al 22 febbraio 2024 e da allora “non è emersa nessuna azione da parte del governo, né sul piano della produzione, né su quello della ricerca, né tantomeno nel sostegno allo sviluppo di prodotto o delle politiche di reshoring della filiera della componentistica”, per la gran parte delocalizzata all’estero a partire dagli anni ‘90. E il recente bonus elettrodomestico, “seppur importante, non può considerarsi un provvedimento esaustivo a sostegno della produzione italiana”.
Molte, poi, le vertenze ancora aperte, prima tra tutte quella della Beko. “Riteniamo necessario riprendere il dialogo al fine di esaminare congiuntamente l’evoluzione delle difficoltà industriali e occupazionali, valutare i più recenti sviluppi e individuare eventuali azioni utili alla salvaguardia dei livelli occupazionali e al rilancio del comparto”, fa eco Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil e responsabile settore elettrodomestico. Pur nella consapevolezza, aggiunge Nobis, che “sarà difficile che il nostro Paese possa tornare a produrre 30 milioni di pezzi come 25 anni fa, se non ci sarà a breve un intervento strategico di sistema per il rilancio industriale del “bianco” il rischio è di perdere anche gli attuali 10 milioni elettrodomestici prodotti nelle fabbriche italiane.
Il ministro Adolfo Urso ha dichiarato l’intenzione di convocare un tavolo di settore, ma “quello che serve è che lo faccia. Servono politiche industriali – conclude Tibaldi – che a partire dai settori strategici rilanci la produzione di elettrodomestici nel nostro Paese. E’ ora di passare dalle parole ai fatti”.




























