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Home - Primo Piano - Airaudo (Cgil Piemonte): noi cambieremo, ma la risposta al governo deve venire dalle opposizioni

Airaudo (Cgil Piemonte): noi cambieremo, ma la risposta al governo deve venire dalle opposizioni

di Massimo Mascini
24 Marzo 2023
in Interviste
Airaudo (Cgil Piemonte): noi cambieremo, ma la risposta al governo deve venire dalle opposizioni

GIORGIO AIRAUDO

Il congresso della Cgil ha restituito un panorama più chiaro. Il sindacato si è ricompattato, le opposizioni ci sono, ma non hanno una proposta alternativa, il governo ha idee chiare, ma un programma alternativo al sindacato. In questa realtà la Cgil ha deciso di cambiare al proprio interno. Intervenendo sulle categorie, dando compiti contrattuali diretti alla confederazione. Un processo difficile, ma ineludibile. Quello che è certo è che la Cgil e il sindacato non diverranno una forza politica, la risposta al governo deve venire dalle opposizioni. A mancare è la Confindustria, in crisi profonda quanto inesplorata. Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil del Piemonte, fornisce un quadro vivo e stimolante del momento politico e sociale che stiamo attraversando.

Airaudo, il congresso della Cgil ha portato qualche certezza?

Si, ne ha portate tre. La prima è l’annuncio di una iniziativa unitaria del sindacato., di tutto il sindacato, per incalzare il governo sul metodo e sul merito. Sul metodo perché non c’è coinvolgimento nella preparazione delle risposte alla crisi economica e sociale, agli effetti di una geopolitica che ha preso una sua velocità.

Il sindacato è tornato davvero unito?

C’è una ripresa dell’azione unitaria del sindacato, vedremo poi in cosa si concretizzerà, penso in assemblee, mobilitazioni, non escluderei gli scioperi.

Ancora sul piano delle certezze?

Abbiamo visto al congresso un’opposizione che sui temi del lavoro sta provando a definire un’agenda. Ma non ce l’ha ancora, sono più le differenze. Al momento non mi sembra un’opposizione in grado di dialogare con un’iniziativa del sindacato che vuole cambiare l’opinione del governo. Stanno ancora studiando cosa fare. Mi riferisco al salario minimo, alla sanità, al fisco, all’autonomia differenziata.

La terza certezza?

Dal congresso è uscita l’immagine di un governo che ha idee chiare su cosa fare, ma sono idee completamente alternative a quelle della piattaforma sindacale, di tutte e tre le confederazioni. La riforma fiscale, per esempio: noi chiediamo una lotta alla diseguaglianza e ci viene detto che bisogna liberare un po’ di tassazione, non spiegando dove si prendono i soldi.

Due linee diverse.

Opposte. La Meloni ci ha illustrato una linea politica proprio alternativa all’impostazione unitaria del sindacato. Dire che il problema del lavoro viene risolto dal mercato non è soddisfacente, affermare che non c’è un problema di salario minimo è un errore. Il punto è che il governo, a differenza delle opposizioni, ha idee chiare, solo che non sono condivisibili.

Quindi il quadro adesso è più chiaro?

Sì, abbiamo un governo di centrodestra che fa politica di destra, un’opposizione che si sta riorganizzando, un sindacato che riprende l’iniziativa. Volevamo un congresso non tradizionale, diciamo che è stato attraversato dalla realtà.

Maurizio Landini ha parlato di possibili cambiamenti della stessa struttura confederale.

Nel percorso congressuale abbiamo verificato alcune cose che pure conoscevamo. La prima è che le categorie hanno una forte identità, croce e delizia. Delizia perché sono strutture forti, radicate, ancora utili ai lavoratori, ma con rischi di corporativizzazione. Ma il compito del sindacato confederale è proprio il contrario. Dobbiamo cambiare velocemente e profondamente, abbiamo bisogno di eliminare le sovrapposizioni contrattuali.

Quali sovrapposizioni?

Abbiamo contratti che si sovrappongono, dobbiamo eliminarli perché sono stati un elemento di debolezza del sindacato. Abbiamo contratti che prevedono un salario inferiore ai minimi di cui si sta parlando in questi mesi, sotto i 9 euro l’ora. Il contratto multiservizi, o quello della vigilanza, contratti deboli, che non sono più tollerabili e vanno modificati. E in questa operazione forse è possibile immaginare una semplificazione della struttura delle categorie. Ci sono già stati passaggi di questo tipo, penso ai tessili e ai chimici, che si sono fusi. E dovremmo andare anche più avanti.

In che senso?

Semplificare l’assetto delle categorie può anche portare a semplificare la struttura confederale, che deve assumere compiti contrattuali. Cito un caso di massima urgenza, la sanità, e l’assistenza agli anziani, un’emergenza nazionale, un nervo scoperto della società che non possiamo certo delegare alla struttura del pubblico impiego o ai pensionati. È la confederazione che deve assumere un’iniziativa, la Cgil con la Cisl e la Uil devono farsi carico di un rilancio della sanità pubblica, deve essere una vertenza contrattuale vera, che punti a creare più infermieri e a pagarli di più.

Adesso che la situazione è più chiara, che abbiamo un governo di destra che porta avanti una politica che non tutela i lavoratori, è possibile risolvere il problema dei tanti lavoratori con la tessera del sindacato che votano a destra?

Sì, certamente. Ma è un lavoro che deve fare la politica, non il sindacato. Il centro destra guarda al lavoro e offre delle soluzioni senza spiegare troppo. La flat tax è un esempio classico. Il governo promette di abbassare le tasse e afferma che questo metterà più soldi nelle tasche delle persone. Ma se poi quelle stesse persone devono fare attese di sei mesi per una visita medica, se devono spostarsi di 100 chilometri per andare in una struttura pubblica, se devono pagare sempre di più per l’istruzione dei figli, allora quello che si risparmia con la flat tax lo si deve pagare alla sanità privata, alla previdenza privata, alla scuola privata.

È una battaglia politica?

Sì, la destra dà risposte a brevissimo e cerca di contendere il consenso. Il sindacato mantiene il consenso perché rappresenta quelle condizioni, ma la risposta politica deve venire da altri. Non penso che il sindacato, tanto meno la Cgil, debba farsi forma politica o partito. Sono le opposizioni a essere in ritardo, lo abbiamo visto sul palco del congresso. Non vedo per ora una proposta politica alternativa a quella della destra.

Un ultimo tema, il rapporto con Confindustria. In questi anni difficili non c’è stato un avvicinamento, non è stata elaborata una proposta politica comune.

Diciamo la verità, Confindustria ha una governance fragile. Il sindacato ha un problema di rappresentanza, Confindustria lo ha anche lei ma decuplicato. Noi abbiamo ottime relazioni fuori dalle sedi istituzionali. Ma io vedo il presidente degli industriali del Piemonte una volta l’anno per un pranzo. Non facciamo niente altro. Non mi sembra normale, in una regione come il Piemonte che ha enormi problemi. Ci sarebbe la possibilità di creare una lobby virtuosa, ma noi facciamo qualcosa solo con le singole imprese. Confindustria dovrebbe avere una rappresentanza più stretta con i territori e le imprese. E capita così che, per restare all’attualità, il governo vuole incentivare le assunzioni e Confindustria dice che non le interessa. È come se noi dicessimo che non ci interessano gli aumenti salariali. C’è un corto circuito.

E non è il problema di una persona, del presidente.

No, stanno vivendo una crisi profonda. Si parla molto della nostra crisi, ma su quella delle organizzazioni imprenditoriali si indaga poco e si parla pochissimo. A volte ho l’impressione che sia una organizzazione di autoconservazione.

Massimo Mascini

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