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Home - Primo Piano - Autonomia differenziata: Gianfranco Viesti, cosa accadrebbe e perché è meglio evitarla

Autonomia differenziata: Gianfranco Viesti, cosa accadrebbe e perché è meglio evitarla

di Massimo Mascini
10 Febbraio 2023
in Interviste
Autonomia differenziata: Gianfranco Viesti, cosa accadrebbe e perché è meglio evitarla

GIANFRANCO VIESTI DOCENTE ECONOMIA UNIVERSITA' DEGLI STUDI ALDO MORO BARI

L’Italia sta correndo un rischio enorme con l’avventura dell’autonomia differenziata, perché con questa innovazione cambierebbe il disegno generale del nostro paese, ci sarebbe un trasferimento di poteri fortissimo per cui saremmo poi in presenza di un governo nazionale debolissimo e Regioni invece potentissime. Questo perché alle Regioni verrebbero delegati poteri amministrativi e legislativi su 23 materie, fondamentali per l’azione dello Stato. Il governo nazionale avrebbe enormi difficoltà a varare una vera politica nazionale in campi determinanti per l’azione dello Stato. Proprio queste considerazioni spingono Gianfranco Viesti, che insegna economia applicata all’università di Bari, a pensare che le forze politiche potrebbero anche rinunciare al progetto, forse molto importante solo in vista delle elezioni regionali. Anche perché, fa notare Viesti, Fdi, partito egemone in Italia, ha una tradizione del tutto opposta, favorevole a una centralizzazione dei poteri più che a una loro dispersione. Non a caso, del resto, Giorgia Meloni è stata anni fa prima firmataria di un ddl di riforma costituzionale che tendeva ad abolire le Regioni.

Viesti, cosa cambia in Italia con la concessione dell’autonomia differenziata alle Regioni?

È necessario chiarire di cosa si parla. La carta costituzionale prevede che le Regioni a statuto ordinario possano chiedere ulteriori competenze rispetto a quelle attribuite loro, sulla base di un elenco di 23 materie elencate all’articolo 117. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna hanno chiesto di avere tutte le competenze possibili. Poi anche le altre regioni ordinarie hanno formulato la richiesta di avere competenze aggiuntive. Nessuna ha mai motivato le ragioni che la spingevano a questa richiesta, né alcun governo nazionale le ha mai chieste loro.

Cosa cambierebbe?

Proprio per la vastità dell’intervento e per le sue dimensioni territoriali è evidente che questa non sarebbe un ritocco delle competenze, ma una loro radicale riscrittura, che trasformerebbe profondamente il nostro paese. Avremmo un governo nazionale debolissimo e Regioni potentissime.

Un danno per la praticabilità dell’azione politica?

Ognuno la può pensare come crede, ma certo sarebbe una trasformazione radicale, anche perché le Regioni non chiedono solo competenze amministrative, ma legislative. Potremmo presto trovarci in un paese Arlecchino. L’esecutivo nazionale si troverebbe a disporre di risorse molto minori per gestire la politica economica, far fronte al debito pubblico, che resterebbe nazionale, ma anche con competenze molto ridotte in materie fondamentali. Queste 23 materie sono sostanzialmente l’insieme di tutte le politiche che si fanno in Italia. Scuola, sanità, infrastrutture, ambiente, beni culturali, lavoro, previdenza, coordinamento della finanza locale. Non competenze di dettaglio, ma attinenti al ruolo dell’attore pubblico in Italia.

Come si è arrivati a questo stato di cose?

Le Regioni hanno avanzato le loro richieste nel 2017 e insospettabilmente il governo Gentiloni, allora in carica, non ha respinto la domanda, nonostante si trattasse di una riscrittura dei poteri in Italia e della revisione della Costituzionale, che sarebbe passata però attraverso la scorciatoia dell’articolo 116 e non per l’iter di revisione costituzionale dell’articolo 138. Dopo il governo Gentiloni nulla è accaduto, né con il governo Conte I, che pure vedeva questo tema tra le sue priorità, né con i successivi governi Conte II e Draghi, anche a causa della pandemia. I ministri Boccia e Gelmini sono stati molto cauti. Il tema è tornato di attualità con il governo Meloni e con l’approvazione in Consiglio dei ministri del ddl Calderoli. Che però disegna solo la procedura, norma come si arriverà a concedere queste competenze. Tutti i costituzionalisti sono concordi nell’affermare che non ci sarebbe alcun vincolo giuridico su quello che accadrà successivamente.

Cosa prevede il ddl Calderoli?

La strada più comoda per arrivare a definire queste nuove competenze. È previsto che si dia avvio a una serie di trattative dirette tra l’esecutivo nazionale, quindi il ministro Calderoli, e i singoli esecutivi regionali per definire in altrettante intese le norme finanziarie e l’elenco delle materie delegate alle Regioni. Queste intese andrebbero in Parlamento per un mero atto di indirizzo, di cui il governo potrebbe non tenere successivamente conto. Sarebbe il governo nazionale ad approvare un provvedimento che andrebbe in Parlamento, ma solo perché sia ratificato, le Camere non potrebbero emendare l’intesa raggiunta.

Cosa accadrebbe successivamente?

Tutto il potere di definire cosa accada veramente, quali leggi nazionali decadano, quale personale nazionale vada trasferito alle Regioni, quali siano i meccanismi finanziari, tutto questo si inabisserebbe in una Commissione tecnica paritetica tra lo Stato e le singole Regioni, che delibererebbe tramite atti amministrativi nella forma di decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri, che, in quanto tali, non passerebbero all’esame parlamentare e non sarebbero impugnabili davanti alla Corte costituzionale. Tutto verrebbe definito da cinque esperti nominati da Calderoli e da cinque esperti nominati dai presidenti delle Regioni.

Questo per ogni Regione?

Sì, certamente. La cosa più importante è che ogni intesa bilaterale non può essere modificata dallo Stato. Se cambia la maggioranza parlamentare, se cambiano le idee del Parlamento e si decide di far tornare allo Stato alcune competenze affidate alle Regioni, questo non si può fare, se non con il consenso della Regione interessata. E le intese non possono essere oggetto di un referendum popolare.

A cosa si deve questa accelerazione nel trasferimento dei poteri?

Credo che molto sia collegato con le prossime elezioni regionali, specie quelle in Lombardia. Ma c’è anche da tener presente che la tradizione di Fdi è del tutto opposta, questo partito ha sempre avuto una visione centralistica dei poteri. La Meloni è stata prima firmataria di un ddl che tendeva ad abolire le Regioni. Ma anche nelle opposizioni ci sono divisioni. Nel Pd ci sono grandi oppositori e grandi sostenitori di questo progetto, il primo tra gli altri è Stefano Bonaccini, il più accreditato alla segreteria nazionale del partito. Serviranno mesi, forse anni per capire cosa sia opportuno fare.

Anche perché si tratta di poteri importanti, non certo occasionali.

Le faccio un esempio, le Regioni hanno chiesto poteri assoluti nella definizione degli impianti energetici sul loro territorio. Questo significa che se nel mezzo della guerra che stiamo vivendo la Meloni puntasse a una strategia energetica nazionale, dovrebbe rinunciarvi, perché le strategie energetiche sarebbero delle Regioni, ciascuna avrebbe la propria. Per questo mi sembra improbabile che alla fine le richieste delle Regioni possano essere accettate.

Nel campo del lavoro ci sarebbero conseguenze?

Su due temi. Il primo tema è il passaggio di dipendenti pubblici dallo Stato alle Regioni. Accadrebbe per gli insegnanti e per il personale medico e paramedico. Per gli insegnanti si tratterebbe di un cambiamento radicale, da dipendenti statali diverrebbero dipendenti delle Regioni, normati da contratti regionali. Si parla di un milione di persone. Per medici e infermieri già ci sono dipendenti regionali, ma le conseguenze sarebbero altrettanto forti. Si accrescerebbero le differenze anche di trattamento economico e si moltiplicherebbero i passaggi di personale da una Regione all’altra, come già avviene tra il Veneto e il Trentino Alto Adige.

Il secondo tema?

La previdenza integrativa. Le Regioni chiedono maggiori poteri e, almeno per ora Veneto e Lombardia, maggiori risorse. Cambierebbero le regole, non più generali e questo col tempo potrebbe portare una differenza della politica pensionistica nazionale per il diverso peso che nei territori avrebbe la previdenza complementare.

Abbiamo già un esempio di cosa potrebbe accadere. Una vera politica attiva del lavoro non è stata possibile per le diversità che sussistono nelle politiche delle Regioni, che sono titolari del potere di normazione.

Ed è per questo che ci sono difficoltà con l’attuazione del Pnrr, che chiede una centralizzazione degli interventi, impossibile perché le competenze sono delle Regioni.

Al di là dell’attuazione del Pnrr, e di ciò che ciò significherebbe per il nostro paese, mi sembra che con l’avventura dell’autonomia differenziata l’Italia corra un bel rischio.

Un rischio enorme. Cambierebbe il disegno generale del paese e tutto ciò senza un vero dibattito parlamentare.

Ma il Parlamento potrebbe ribellarsi?

Potrebbe non votare il ddl, ma questo potrebbe provocare la fine della legislatura, evento difficile da immaginare per una maggioranza che ha davanti una prospettiva di governo di cinque anni.

Massimo Mascini

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