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Home - Approfondimenti - Interviste - Di Franco (Fillea), le costruzioni volano grazie all’accordo di congruità e alla finanza pubblica: adesso è l’ora di redistribuire, aumentando i salari

Di Franco (Fillea), le costruzioni volano grazie all’accordo di congruità e alla finanza pubblica: adesso è l’ora di redistribuire, aumentando i salari

di Massimo Mascini
20 Dicembre 2024
in Interviste
Di Franco (Fillea), le costruzioni volano grazie all’accordo di congruità e alla finanza pubblica: adesso è l’ora di redistribuire, aumentando i salari

Il settore delle costruzioni va molto bene, raggiunge record importanti. Ma il governo lo sottovaluta. Non capisce che l’edilizia è solo una parte del più vasto settore delle costruzioni, e quindi non mette a punto una strategia per l’intero comparto. Ma soprattutto non tiene nel dovuto conto che dietro i brillanti economici raggiunti c’è una lunga stagione di legalità e congruità, fortemente voluta dalle forze sindacali e datoriali che hanno voluto combattere l’illegalità dell’economia sommersa. È quanto pensa Antonio Di Franco, da due mesi al vertice della Fillea, il sindacato degli edili della Cgil.

Di Franco, gode di buona salute il settore delle costruzioni?

Ottima, direi. A settembre di quest’anno il settore ha segnato un record, la massa salariale ha superato i 10,5 miliardi e i lavoratori impiegati nel settore sono stati 1,1 milioni fra tecnici e impiegati

Il riflesso della stagione dei bonus?

Non c’è dubbio, ma bisogna saper distinguere. Nel settore delle costruzioni, che vale 320 miliardi di euro, oltre all’edilizia ci sono anche le manutenzioni, gli interventi per la messa in sicurezza e un pezzo importante, circa 70 miliardi, peraltro in crescita, che riguarda il mondo delle opere pubbliche, quindi il Pnrr.

Cosa lamentate?

Che il governo non presti la dovuta attenzione a questo settore, oggetto di una pericolosa sottovalutazione.

C’è stata comunque una crescita notevole.

Sì, ma non bisogna dimenticare che è arrivata sull’onda della stagione della legalità e della congruità, voluta fortemente dalle forze sindacali e datoriali che, nel momento in cui arrivavano tanti soldi al settore, hanno voluto fare in modo che non si finisse per alimentare il lavoro sommerso.

Si riferisce all’accordo per la congruità?

Sì, a quell’accordo, poi recepito dal legislatore, grazie al quale l’edilizia dopo dieci anni di crisi è risorta, segnando quasi 100mila lavoratori in più fra operai e tecnici.

Un risultato molto positivo. Cosa c’è che non va?

Io credo che a fronte di questa situazione un governo serio, in un momento di grande difficoltà dell’industria storica, basti guardare all’automotive e più in generale nel manufatturiero, si dovrebbe interrogare su come sostenere il settore delle costruzioni con una visione industriale. E invece la sua crescita è stata demonizzata. Senza tener conto di quanto effettivamente sia successo in questo settore.

In che senso?

Nell’accezione più generale, i 140 miliardi frutto dei bonus sono andati tutti in una direzione, alle imprese edili. Ma non è così, a queste imprese è andato solo il 30%, tutto il resto si è diviso tra l’impiantistica, chi produceva porte o infissi, i professionisti, le partite Iva. Oggi abbiamo un patrimonio di imprese sane e di professionisti capaci, ma il governo non ne tiene conto, tanto è vero che con l’ultima manovra finanziaria, riducendo le detrazioni sulle ristrutturazioni, ha spalancato le porte al lavoro nero. Quasi che ci si sia abituati ad avere 200 miliardi di economia sommersa. Dovevano intervenire e invece hanno attaccato la Cgil.

Perchè la Cgil?

È stata accusata di fomentare una spinta eversiva, ma io in giro nelle assemblee ho registrato tra i lavoratori una forte tensione sociale, ho avvertito lo sdegno che loro sentono quando la presidente del Consiglio dice alle imprese che se pagano le tasse, questo è pizzo di Stato.

Il sindacato è presente, la sua azione contrasta questa deriva?

Il sindacato è molto presente, grazie al suo modello contrattuale. Ma si scontra con delle anomalie. Come l’assenza di una norma sulla qualificazione delle imprese che ha generato la nascita di imprenditori edili improvvisati, 30mila solo nell’epoca dei bonus. Un imprenditore edile non deve dimostrare alcuna preparazione o esperienza, un privato cittadino può andare alla Camera di Commercio con un codice fiscale, iscriversi e diviene automaticamente un imprenditore edile, che gestisce risorse e soldi pubblici, che si occupa della qualità del costruito, le nostre case, le nostre strade e così via. Possiamo dire che il mondo dell’edilizia è diviso a metà, il 50% delle imprese è nella legalità, l’altra metà è border line.

Di chi la responsabilità?

Del governo, che non ha previsto la necessità di una preparazione per diventare imprenditori. Un’estetista o un parrucchiere per fare il proprio mestiere deve seguire corsi di preparazione, un imprenditore edile no, non deve nemmeno dimostrare una capacità finanziaria.

Gli appalti pubblici sono regolati.

Sì, ma solo sopra i 150mila euro e sono tanti gli affidamenti diretti. E per tutto il settore privato, che rappresenta il 65% del totale, non esiste alcun obbligo. I limiti valgono per i lavori pubblici, e solo per alcuni lavori pubblici.

Nell’immaginario collettivo l’impresa edile è piccola, se non piccolissima.

Anche questo è un errore di comunicazione. Ci sono tante edilizie, tutte differenti. L’industria delle costruzioni rappresenta almeno il 35% dell’edilizia, poi ci sono le imprese piccole e medie che rappresentano tra il 25 e il 30%, tutto il resto è artigianato. Si fanno le medie, ma è sbagliato, si falsa la realtà. E devo dire che negli ultimi quattro anni il livello dimensionale delle imprese è aumentato. Ci sono i grandi players, ma per tutti gli altri non c’è una norma che li qualifichi.

Il governo non interviene?

Lo fa, ma nel modo sbagliato. Il testo originario del provvedimento che doveva instaurare la patente a punti indicava la necessità di una qualificazione delle imprese, ma quell’articolo è stato smontato, dalla patente a punti si è passati alla patente a crediti. Un grande bluff.

La contrattazione è in difficoltà?

Non nel nostro settore. Abbiamo tavoli aperti per i contratti delle imprese industriali e per gli artigiani e nelle prossime settimane avremo dei vertici per sbloccarli. Abbiamo fatto una scelta a favore della crescita salariale, perché l’inflazione ha toccato punte del 17% e c’è l’esigenza di redistribuire.

Non trovate un accordo?

Le trattative non stanno andando benissimo, ma le imprese non possono esimersi da una risposta positiva. Sarebbe un messaggio sbagliato al paese se il settore che più ha goduto della finanza pubblica non pensasse di dover redistribuire parte di quella ricchezza. Anche perché servono salari migliori anche per attrarre manodopera, che scarseggia. Si parla di mestieri pericolosi, mal pagati, esposti al caldo e al freddo, nessuno vuole più farli.

Le incursioni del governo sul terreno della contrattazione rischiano di metterla in crisi?

Non credo, ma se il governo dovesse confermare la volontà di favorire soggetti che superano la bilateralità, sarebbe una scelta a favore di chi vuole aprire le porte all’illegalità.

C’è questo pericolo?

Il governo sottovaluta cosa è accaduto negli ultimi venti anni, da quando c’è il Durc. Venti anni fa, prima del Durc, l’edilizia era il Far West. Il Durc, le casse edili, che sono presidi di legalità, cui la legge attribuisce funzioni pubblicistiche in tema di certificazione di regolarità e congruità della manodopera, hanno generato un aumento fortissimo dei contributi verso l’erario. Fare un passo indietro significherebbe stare dall’altra parte. Solo chi non conosce la bilateralità può pensare che ciò accada.

Ma il governo non la conosce, la bilateralità?

Parti di questo governo la conoscono molto bene. Perché questa è storia antica, parte dal 1919, quando sono nate le prime casse edili, per motivi che sono tuttora validi.

Cosa accadde?

Il settore dell’edilizia, dopo la prima guerra mondiale, entrò in crisi e i lavoratori se la passavano molto male. Perdevano il lavoro e non avevano alcuna protezione. Per questo cominciarono a tornarsene al Sud da dove la gran parte veniva. I datori di lavoro cercarono in tutti i modi di fermarli, perché altrimenti, appena la situazione fosse migliorata, non avrebbero avuto disponibilità di manodopera. Fu in alcuni casi uno scontro terribile.

Come si risolse?

Alla fine, il collegio dei capimastri, quello che è poi diventata l’Ance, assieme ai sindacati trovò un accordo, poi recepito in un regio decreto, per cui i periodi di non lavoro venivano sostenuti dalle casse edili appositamente costituite. E si decise anche che le prestazioni sanitarie venissero fornite dall’ospedale dei muratori. Sono i temi di oggi, l’esigenza di una casa, di un welfare contrattuale, di una sanità pubblica che funzioni. Il governo guarderà necessariamente all’esperienza della bilateralità, che genera crescita e cultura della legalità. La bilateralità non va combattuta, semmai va esportata verso altri settori in difficoltà.

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