Poche luci, molte ombre e una nebbia che offusca il futuro. Possono essere così sintetizzati, nelle parole del direttore generale di Federmeccanica, Stefano Franchi, i risultati della 175° Indagine Congiunturale di Federmeccanica sull’industria metalmeccanica-meccatronica, presentata questa mattina a Roma presso l’Hotel Nazionale in Piazza Monte Citorio. Si tratta della prima indagine congiunturale dall’introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense ma, come precisa la vicepresidente di Federmeccanica, Alessia Miotto, “ancora non siamo in grado di comprenderne gli effetti reali sia diretti che indiretti”.
Nel dettaglio, nei primi sei mesi del 2025, la produzione metalmeccanica risulta diminuita in media del 4,3% rispetto al primo semestre 2024, evidenziando una perdita più marcata rispetto al comparto industriale nel suo complesso (-2,8%). Tutti i comparti hanno subito perdite produttive rispetto all’analogo periodo del 2024, in particolar modo la fabbricazione di Autoveicoli e rimorchi (-18,7%), solo quelli della Metallurgia e degli Altri mezzi di trasporto hanno registrato variazioni positive ma molto contenute: rispettivamente +0,7% e +0,2%.
Nel secondo trimestre, invece, i volumi di produzione hanno registrato una variazione positiva dello 0,5%, ma nel confronto tendenziale, l’attività settoriale si è confermata negativa con una contrazione del 2,8%.
L’export del settore, nel primo semestre, è diminuito dello 0,5% nel confronto tendenziale (-0,4% verso i paesi Ue e -0,6% verso i mercati extracomunitari). Il calo dei flussi verso i mercati statunitensi è stato pari a -6,1%, in forte peggioramento. Un dato, questo, che spiega l’83% delle imprese che teme impatti negativi dalle nuove misure protezionistiche, soprattutto perdita di quote export (32%), difficoltà nelle catene di approvvigionamento (25%) e aumento della pressione competitiva sul mercato Ue (21%).
Ma se è ancora difficile comprendere gli effetti reali delle misure protezionistiche, “una cosa si può dire con certezza”, sottolinea Miotto, e cioè che “nell’incertezza dominante, che anche l’introduzione di tariffe piccole possono generare un grande danno, soprattutto quando ricadono sulle spalle di molte imprese che hanno una ridotta marginalità, in tanti casi è in ulteriore contrazione. Già da alcuni anni le aziende del nostro settore devono fare i conti con una bassa produttività, cui si affiancano un costo del lavoro per unità di prodotto in crescita, l’aumento del prezzo delle materie prime ed un costo dell’energia strutturalmente più alto rispetto alla media UE. In questa situazione già complessa anche un solo punto percentuale di dazi è troppo. La nostra industria è a vocazione esportatrice e non si può pensare di cambiare pelle, puntando sulla domanda interna, così come trovare altri mercati di sbocco non è di facile realizzazione in tempi brevi. Il rischio concreto, nel frattempo, è di perdere una buona parte della nostra industria metalmeccanica, mettendo a rischio la continuità di intere filiere. Non possiamo e non dobbiamo lasciare indietro nessuno. Questo è l’obiettivo che tutti devono avere, dalle Parti Sociali alle Istituzioni, a partire da quelle Europee”.
Il 24% delle imprese segnala una diminuzione del portafoglio ordini; mentre per le attese produttive il 25% si attende una riduzione; più contenuti sono i segnali positivi (20% per il portafoglio ordini e 19% per le attese produttive). Tra i principali rischi che le aziende vedono per il futuro, si conferma al primo posto quello relativo alle Materie prime ed Energia, in termini di carenza, fluttuazione dei prezzi, seguito dai possibili cambiamenti dello scenario macroeconomico globale (frammentazione dei mercati, conflitti, dazi, politiche di austerity), più distaccata la problematica della carenza di forza lavoro qualificata.
“Sono tanti i problemi che le nostre imprese stanno affrontando – aggiunge Franchi – e che si amplificano per effetto della grande incertezza. Siamo entrati in questa fase con ancora addosso i segni profondi di pesanti crisi che si sono succedute, segni che sono diventate cicatrici indelebili. I costi per fare impresa sono schizzati verso l’alto e lassù sono rimasti. Un incremento che ormai si può considerare strutturale. Oggi per produrre si spende circa il 20% in più rispetto a pochi anni fa. Di questo si deve tener sempre più conto in qualsiasi ambito a maggior ragione considerando i bassi livelli di redditività di molte imprese. Questa è la realtà con cui tutti si devono confrontare e con la quale non ci si può scontrare”.

























