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Giorgia Meloni contro la concertazione

Massimo Mascini
Novembre13/ 2023

Giorgia Meloni contro la concertazione. Sembra questa la caratteristica precipua della premier. Che non è contro il sindacato. Non perché pesino in lei le sue radici nella Destra sociale, che non sembrano avere grande consistenza, ma perché non vuole apparire “contro” forze, comunque, di una certa sostanza. È però contraria a cedere spazio alle forze sociali, non vuole riconoscerle come controparti, quindi teoricamente in grado di contrastare i suoi programmi e le sue riforme. È attenta a rimanere nell’ambito della democrazia, ma il confronto sociale non le interessa, in parte forse lo teme. Di qui il rifiuto di contrattare un grande accordo sociale triangolare, le riunioni a Palazzo Chigi con una moltitudine di interlocutori, così tanti da non poter avere alcun vero ruolo di contrasto, la ricerca semmai di tanti piccoli accordi, su argomenti molto limitati, che consentano in quanto tali di dimostrare la buona volontà di discutere e cercare risultati, ma senza che ciò diventi un confronto vero.

Sul piano sociale Meloni gioca in piccolo e non sembra soffrirne. Il ruolo di grande attore sociale, come fu quello di Carlo Azeglio Ciampi, non le piace e non le interessa. Ma è sempre lei che al contrario gioca alla grande con le istituzioni. E con la riforma che è ormai stata definita è pronta a giocarsi l’avvenire politico senza tentennamenti. Rischiando molto, però, perché questa avventura potrebbe rivelarsi esiziale per lei e le sue aspirazioni di grande leader. Una riforma istituzionale così ampia e coinvolgente, capace di riscrivere l’ossatura stessa della Carta costituzionale, potrebbe rivelarsi il suo tallone d’Achille, la buccia di banana su cui scivolare.

Già si parla infatti come di una cosa certa del possibile referendum istituzionale alla conclusione dell’iter parlamentare. Ed è normale che lo si metta nel conto, perché è molto difficile, quasi impossibile che questa riforma trovi il consenso della maggioranza dei due terzi, come è invece necessario. Meloni può certamente contare sul suo partito, compatto come non mai. Può contare anche sull’appoggio dei suoi alleati, anche se qualche tentazione potrebbe venire anche a loro. Ma è nelle opposizioni che trovare consensi non sembra molto probabile. Forse potrebbe essere tentato Matteo Renzi, che sul referendum istituzionale rimase scottato e per questo dovette abbandonare Palazzo Chigi, ma sulle altre formazioni partitiche sarebbe rischioso anche solo sperare.

Per vincere quel referendum Meloni conta sul suo personale appeal, che ha dimostrato di poter farle acquisire consensi, ma che in questa congiuntura potrebbe mancare alla prova. Anche perché i conti vanno fatti in modo diverso che per le normali elezioni, amministrative o politiche che siano. In queste occasioni abbiamo visto che va a votare, quando va bene, la metà degli elettori e tra questi Meloni può giocarsi tutte le sue carte. Il punto è che tanti elettori non esercitano il loro diritto di voto perché non trovano più un partito nel quale riconoscersi. Le grandi formazioni partitiche hanno perso la loro capacità di attrazione e sempre più persone in occasioni di elezioni preferiscono rimanere a casa, o andare al mare, come si diceva una volta.

Ma con il referendum istituzionale, come con tutte queste particolari consultazioni, è diverso, perché non si deve esprimere un voto a favore di uno o l’altro dei partiti in lizza, si deve dare un sì o un no, e per chi non ha più fiducia nei partiti dire di no può anche diventare una forte tentazione.

Ed è qui che la politica sociale ridotta, striminzita, di Giorgia Meloni potrebbe rivelarsi esiziale. Perché al momento della conta la premier potrebbe accorgersi, troppo tardi però, di non aver colpevolmente cercato, e ottenuto, il consenso di grandi masse di persone. L’errore di Renzi fu proprio questo, con una politica sociale dura, di forte contrapposizione, si era alienato ampi spazi sociali, persone che al momento buono ritennero opportuno negargli il loro consenso. La concertazione, quella che Meloni non ama, ha proprio l’effetto di acquisizione del consenso preventivo di ampie zone della società. Chi non la pratica rischia la reazione di ritorno, che può causare forti danni.

Massimo Mascini

Massimo Mascini

Direttore responsabile de Il diario del lavoro