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Home - Approfondimenti - La nota - Ilva, mentre la trattativa riprende, tutti chiedono a Emiliano di ritirare il ricorso al Tar

Ilva, mentre la trattativa riprende, tutti chiedono a Emiliano di ritirare il ricorso al Tar

22 Dicembre 2017
in La nota

Tra ieri e oggi, nuove puntate dell’ormai infinita vicenda Ilva. Una vicenda che, al di là della sua intrinseca complessità, è stata resa ancor più difficile dal protagonismo del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ha ingaggiato un duello con il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda. E poiché ai media, almeno in Italia, ma forse non solo in Italia, piacciono gli scontri personali, l’Ilva ha avuto ripetutamente, in questi ultimi giorni, gli onori delle prime pagine dei quotidiani, nonché una bella collocazione in apertura dei notiziari radio-televisivi. E ciò anche se, a dire il vero, ci sarebbero altri motivi, più sostanziali, per dare risalto agli eventi relativi al nostro più grande gruppo siderurgico. Basti pensare che è principalmente al calo dell’attività produttiva della acciaieria di Taranto, la più grande d’Europa, che dobbiamo il fatto, certo poco rallegrante, che l’Italia sia uscita dalla top ten dei paesi produttori di acciaio, scivolando all’undicesimo posto.

Ma torniamo alla cronaca. Che oggi si è arricchita di un nuovo incontro tra i sindacati e ArcelorMittal, il grande gruppo siderurgico che si è candidato ad acquisire il gruppo Ilva. Infatti, l’incontro che in un primo tempo era stato indetto per oggi, e di cui il 20 dicembre era stato annunciato un rinvio a data da destinarsi, si è poi invece effettivamente svolto al Mise sotto la regia del viceministro Teresa Bellanova. Ciò è dovuto al fatto che la strategia del Ministro Calenda, illustrata a caldo nella conferenza stampa tenuta al termine del tavolo istituzionale del 20 dicembre, si è venuta precisando nelle ultime ore.

Da un lato – dopo che Emiliano, lo stesso 20 dicembre, ha rifiutato di ritirare il ricorso presentato al Tar di Lecce contro il Dcpm che disciplina la materia ambientale relativa allo stabilimento di Taranto -, il Ministro ha congelato il tavolo istituzionale relativo a tale stabilimento. Dall’altro, ha però deciso di portare avanti gli altri spezzoni della complessa trattativa che si spera possa approdare nel perfezionamento dell’acquisto dell’Ilva da parte di AM InvestCo, la cordata creata ad hoc dal colosso franco-indiano ArcelorMittal.

E così, come era da prevedersi, dall’incontro odierno è uscito, sostanzialmente, un calendario tanto fitto di incontri da riempire per intero il primo mese dell’anno prossimo. Appena finite le festività che vanno da Natale all’Epifania, si comincerà infatti, mercoledì 10 gennaio, con un nuovo appuntamento tra Governo, sindacati e AM InvestCo. Si proseguirà il 17 dello stesso mese, col tavolo istituzionale relativo allo stabilimento di Cornigliano; tavolo cui, ovviamente, saranno invitati i rappresentanti del Comune di Genova e della Regione Liguria, ovvero delle Istituzioni locali a suo tempo firmatarie dell’accordo di programma relativo allo stabilimento genovese.

Per il 23 e 24 gennaio sono poi stati posti in calendario due nuovi incontri istituzionali relativi a Taranto e cui, in teoria, dovrebbero partecipare Comune di Taranto e Regione Puglia. Infine, dal 30 al 31 gennaio, altre due giornate dedicate a incontri con le Istituzioni locali interessate agli altri insediamenti produttivi o direzionali del gruppo Ilva, a partire da quello di Novi Ligure, in provincia di Alessandria.

Questo è ciò che riguarda la cronaca strettamente sindacale. Assai più clamorosa, invece, la cronaca politica relativa alla vicenda Ilva. Una cronaca fitta non di appuntamenti ma di dichiarazioni che hanno, quasi tutte, lo stesso senso. In altri termini, i più diversi soggetti politici, sindacali e associativi si rivolgono al succitato Presidente della Regione Puglia e al Sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, affinché ritirino il loro ricorso al Tar di Lecce.

A seguito dell’incontro istituzionale del 20 dicembre, appelli al senso di responsabilità istituzionale dei proponenti il ricorso, e quindi al ritiro del ricorso stesso, sono venuti, innanzitutto, dai massimi dirigenti dei sindacati confederali dei metalmeccanici, ovvero da Marco Bentivogli (Fim-Cisl), da Francesca Re David (Fiom-Cgil) e da Rocco Palombella (Uilm-Uil).

A questi appelli, per così dire, separati si è poi aggiunta una lettera firmata congiuntamente dai segretari generali delle tre maggiori confederazioni sindacali, e cioè da Susanna Camusso (Cgil), Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil). Mentre anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, non ha fatto mancare la sua voce in questo coro.

Ma non basta. Perché ieri, giovedì 21, anche il segretario del Partito Democratico, ossia del partito politico nelle cui liste sono stati eletti sia Emiliano che Melucci, in un tweet indirizzato a Emiliano, dopo essersi dichiarato disponibile ad offrire “un piatto di orecchiette” a Calenda e allo stesso Emiliano, invitava quest’ultimo a deporre le armi e aggiungeva: “Basta coi ricorsi, mettiamoci a un tavolo e salviamo insieme il futuro di Taranto”. Infine, oggi ha fatto sentire la sua voce lo stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha usato queste solenni parole: “Mi rivolgo al Presidente Emiliano e al Sindaco Melucci, facendo appello alla loro responsabilità istituzionale che ben conosco. Vi chiedo di ritirare il ricorso al Tar e di non mettere a rischio interventi per la bonifica ambientale e il lavoro che Taranto aspetta da anni”.

Fino alla serata di oggi, però, Emiliano non si è mostrato intenzionato ad accogliere questi reiterati appelli. Usando un linguaggio da magistrato dell’accusa più che da dirigente politico e/o da responsabile di una rilevante Istituzione quale è la Regione Puglia, Emiliano ha replicato a Gentiloni che l’acciaieria di Taranto è uno stabilimento per il quale “è attualmente in corso, davanti alla Corte d’Assise, un processo penale per disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari”, e per il quale “occorre impedire che le condotte di reato siano reiterate”.

Ora qual è il punto del contendere? Per il Governo, come per sindacati e Confindustria, occorre trovare un investitore che decida di scommettere sulla possibilità di produrre acciaio in Italia, e quindi ricchezza, ridando pienamente vita al gruppo Ilva, a partire dal suo stabilimento di Taranto. E ciò nella convinzione che così facendo non si favorirà solo una crescita del Pil, né si favorirà solo il mantenimento di migliaia di posti di lavoro, ma si creeranno le condizioni industriali entro cui il pieno risanamento ambientale del complesso siderurgico tarantino potrà essere effettivamente realizzato, con grande vantaggio non solo del reddito, ma anche della stessa salute dei lavoratori dell’Ilva e di tutti gli abitanti di Taranto e dei Comuni circonvicini.

Avendo insomma in mente ciò che è successo a Bagnoli, dove la chiusura dello stabilimento siderurgico non ha portato con sé il risanamento dell’area industriale, ma ha congelato la situazione nei suoi termini più negativi, Governo e sindacati condividono l’idea che il ritorno a una piena attività produttiva dell’Ilva di Taranto, guidata da un nuovo imprenditore nel pieno rispetto delle leggi italiane e delle normative europee, sia la via maestra anche verso il risanamento ambientale.

Emiliano, invece, muove una sua guerra personale contro il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri dello scorso settembre; decreto che offre la cornice normativa entro cui è possibile avviare la rinascita industriale e ambientale dell’Ilva di Taranto. E come fa a portare avanti questo conflitto? Lui, ex magistrato di Bari, consegna ai giudici amministrativi di Lecce un giudizio che, ove avviato, potrà durare, secondo calcoli ottimistici, non meno di due anni. Con la conseguenza immediata di togliere sovranità alle istituzioni politiche e alle loro controparti sindacali, demandando la valutazione delle compatibilità del Dpcm e dei suoi contenuti alla sola magistratura amministrativa. Con l’ulteriore conseguenza che, in pendenza del ricorso, saltando la trattativa salta anche la possibilità di discutere e migliorare, come in gran parte già avvenuto, il piano ambientale elaborato dall’investitore. E, infine, con l’ulteriore, temuta, conseguenza che, nelle more del giudizio, l’investitore potrebbe dileguarsi.

Paradosso dei paradossi, la guerra di Emiliano contro il Dpcm rischia non solo di colpire mortalmente, in prospettiva, la possibilità di una rinascita industriale di Taranto, ma di azzoppare, se non di azzerare, l’azione che, a partire da gennaio 2018, dovrebbe portare all’avvio delle misure più urgenti per la lotta contro l’inquinamento derivante dall’esistenza stessa dell’acciaieria così come è oggi conformata. Secondo i piani predisposti dal Governo, e che ArcelorMittal dovrebbe fare suoi, il primo compito in questo percorso dovrebbe essere quello della copertura dei cosiddetti parchi minerali. Parchi che, come ha ricordato Calenda nella sua conferenza stampa del 20 dicembre, sono estesi per un’area grande come la somma di 28 campi di calcio.

Non si tratta, insomma, di contrapporre la tutela della salute allo sviluppo industriale, ma di mettere a punto un piano condiviso che consenta di tenere insieme sviluppo industriale, lavoro e salute. In questa sofferta fine del 2017, molti sperano che anche il Sindaco di Taranto e il Presidente della regione Puglia vogliano dare una mano all’impostazione di un’azione congiunta e condivisa che si proponga di raggiungere questi obiettivi.

@Fernando_Liuzzi

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