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Home - Approfondimenti - La nota - Innovazione e territorio, così nasce la nuova politica industriale

Innovazione e territorio, così nasce la nuova politica industriale

17 Giugno 2011
in La nota

C’è una strada per fare innovazione attraverso la politica industriale, partendo dal ‘’basso”, e cioè dalle esigenze del territorio, e soprattutto cercando di non impattare sulla finanza pubblica, ormai al collasso? Da questa domanda è partito il dibattito che il Diario del Lavoro, assieme all’Ires e alla Cgil, ha organizzato lunedì 13 giugno a Villa Piccolomini. Quattro ore di discussione no stop, aperta da una relazione di Gaetano Sateriale (responsabile della politica industriale per la Cgil, nonché ideatore del convegno), a cui sono seguite le relazioni tecniche curate dall’Ires, e poi via via gli interventi di imprese, amministratori locali, sindacalisti, docenti universitari, in gran numero. Ne è scaturita una discussione a tutto campo, che ha disegnato un paese diverso, ma possibile. Dell’intero dibattito daremo conto in un volume che ne raccoglierà gli atti integralmente, compresi gli interventi di coloro che dato il tempo ristretto non hanno potuto, materialmente, illustrarli dalla tribuna. Da parte sua la Cgil darà seguito a questi temi portandoli al confronto con la conferenza delle regioni e i sindaci.
Ma intanto vale la pena di ricordare alcuni dei passaggi del dibattito, a partire dalle quattro relazioni che hanno illustrato, dati alla mano, i temi chiave su cui è possibile intervenire:
‘’Una politica industriale per l’innovazione: ripartiamo dal territorio” (Giovanna Altieri), Le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica: il caso della bioedilizia” ( Sere Ruggiero), ‘’L’innovazione sostenibile nelle regioni italiane: geografia e buone pratiche” (Elena Battaglini), ‘’Un volano per l’innovazione: il trasporto pubblico locale” (Emanuele Galossi).

I molti relatori intervenuti hanno a loro volta portato la testimonianza di quanto è possibile realizzare praticamente a costo zero, e, anzi, in molti casi incrementando i guadagni. Ma, naturalmente, è necessario sapere cosa si vuole, o meglio, dove si vuole puntare. Come ha avvertito Patrizio Bianchi, già rettore dell’università di Ferrara (la seconda per ‘qualita’, dopo il Politecnico di Torino), oggi assessore alla regione Emilia Romagna: se l’Italia vuole intercettare la ‘’testa” del ciclo produttivo, e non soltanto la ‘’coda”, occorre puntare su attività ad alto contenuto di intelligenza, potenziando, innanzi tutto, scuola e formazione; ma se, al contrario, si tagliano queste voci fondamentali, e si punta esclusivamente sui bassi salari e riduzione dei diritti, il risultato non potrà che essere quello di una crescita dell’1%. Inoltre, avverte Bianchi, è importante che il paese cresca nel suo insieme: mentre oggi assistiamo a una divaricazione tra un export che cresce a livelli tali da non sfigurare al confronto con la Germania, e una disoccupazione giovanile con livelli da terzo mondo. E con salari che non risentono affatto, non più, di una maggiore formazione: i dati di Almalaurea parlano chiaro, tra il 2007 e il 2010 i salari dei laureati sono scesi da 1.200 a 1.000 euro in media, e il calo è ancora più forte per chi dispone di una laurea specialistica.
In questo quadro, secondo Bianchi, occorre ormai pensare a una vera e propria ‘’ricostruzione del paese”, non dissimile da quella del dopoguerra. Le macerie, del resto, ci sono. E solo con un ‘’patto-paese fortissimo, basato su valori unificanti a livello nazionale”, si potrà iniziare a ricostruire.

Dal punto di vista delle amministrazioni locali il quadro nazionale e’altrettanto preoccupante. Andrea Barducci, presidente della provincia di Firenze, sottolinea che i vincoli del patto di stabilità di fatto impediscono ormai qualsiasi programmazione ‘’ragionevole” a livello territoriale. E a maggior ragione, in considerazione di questo stato di cose, ritiene fondamentale ripartire proprio dal territorio per riavviare, attraverso una nuova politica industriale, lo sviluppo.
Tuttavia, a questa possibilità si oppone, per contro, anche la ‘’centralizzazione” della spesa e dell’economia a cui stiamo assistendo da anni: ‘’accanto a un federalismo propagandato, si assiste, ha sottolineato Barducci, a un progressivo accentramento delle leve di spesa nelle mani del Tesoro”. Una politica a cui, nella provincia di Firenze, si sta cercando di ovviare attraverso un Patto per lo sviluppo stipulato da tutta la ‘’filiera istituzionale” con le parti sociali.

Per contro, un modello di gestione locale di successo è quello illustrato da Maurizio Chiarini, amministratore delegato di Hera, la multiutility dell’Emilia Romagna. Hera, ancorche’ a controllo pubblico, è la trentesima azienda tra quelle quotate alla Borsa di Milano. Un risultato ottenuto grazie alla capacità di conciliare le esigenze dei clienti-cittadini con quelle degli azionisti, e, ancora, con quelle di ambiente e territorio: la logica che Chiarini definisce ‘’multistakeholder”, un modello di sicuro successo, visto che Hera, nel 2010, ha raggiunto 60 mila clienti in più.

Analogo ragionamento è arrivato da Francesco Sutti, presidente dell’Atc di Bologna, caso rarissimo, in Italia, di azienda di trasporto pubblico locale in grado di produrre reddito anziché debito: ‘’16-17 milioni di euro l’anno di Ebitda, e con il biglietto normalmente a un euro di prezzo per l’utente”, ha sottolineato orgogliosamente Sutti. Impresa non semplice, ottenuta attraverso lo sfoltimento spietato di consulenze costose ed inutili, e superando, soprattutto, ‘’gli inciampi che arrivano dagli stessi enti locali”: sindaci o assessori che cercano a tutti i costi di conservare ‘’un proprio cortile” di influenza, dove sia possibile ‘’alzare il telefono e chiedere all’azienda di trasporto pubblico un bus apposito per il proprio territorio”, a prescindere dalla sua redditività. Grazie alla ‘’cura Sutti”, ora Atc è una società che produce reddito, proveniente per il 38% da vendita del servizio, cioè dai biglietti pagati dagli utenti, contro una media nazionale del 25%. E che non risparmia sul servizio stesso: i mezzi in circolazione negli ultimi 4 anni sono saliti a 250, con un’età media di 8 anni, cioè bassissima. ‘’Un risultato – aggiunge Sutti – dovuto anche al fatto che ho sempre avuto dalla mia parte, nel mio lavoro, i sindacati, di tutte le sigle”.

Dunque, produrre reddito si può anche dove sembra meno facile, se non impossibile. Un altro esempio è quello portato al convegno da Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà, la federazione che aderisce a Confcooperative e che si occupa di servizi alla persona: in pratica, supplendo a quel welfare che lo stato, e il territorio, sempre meno sembrano in condizioni di garantire. Guerini ha spiegato che in un futuro ormai prossimo la coesione sociale si giocherà moltissimo sul piano dell’assistenza domiciliare agli anziani: un tema tutt’altro che vago, ma anzi concretissimo, che passa, per esempio, per una revisione dei principi urbanistici. Fondamentale, infatti, immaginare strutture abitative ad hoc, con miniappartamenti in grado di ospitare anziani in modo confortevole e dignitoso, garantendo in contemporanea un’assistenza adeguata a tutti. O ripensare le infrastrutture di trasporto, stazioni o aeroporti, semplicemente immaginando servizi in grado di garantire la mobilita’ in questi grandi spazi anche agli anziani con problemi. Ma la forza di Federsolidarietà sta innanzi tutto nella capacità di inserire nel mondo del lavoro persone svantaggiate: sia dal punto di vista medico che sociale. Su 128 persone occupate, ha reso noto Guerini, 38 fanno parte di categorie ritenute non produttive, come detenuti, ex tossici, disabili, ecc. mentre un gruppo di altre 25 fanno parte della categoria svantaggiata più numerosa, e cioè gli over 50 espulsi dal mercato del lavoro. Ebbene, impiegati nel modo giusto, tutti hanno dimostrato la propria capacità di produrre. E’ così che Federsolidarietà ha potuto, per esempio, lanciare un servizio di raccolta differenziata di rifiuti che fattura ormai 5 milioni di euro l’anno, investendone nel contempo 2,5 per comprare mezzi nuovi.

Insomma, di cose da fare, anche con pochi soldi, ce ne sono. Talvolta, basterebbe rovesciare il problema: se un piccolo comune non e’ in grado di garantire l’apertura di un museo, o di una biblioteca, un gruppo di comuni che si consorziano ed offrono un ‘’pacchetto cultura” integrato ai turisti, può farcela. Ed ecco dimostrato come anche con la cultura ‘’si può mangiare”, diversamente da quanto sostiene il ministro dell’Economia.
Ma naturalmente siamo in Italia, e tutto, dunque, è più difficile. Come illustra Giovanni Sernicola, il direttore di Nens, il centro studi creato da Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani, Giovanni Sernicola, raccontando la storia della societa’ modenese Expertsystem, nata 20 anni fa in un garage, cresciuta poi fino a diventare fornitore di servizi dell’Fbi, grazie a un avanzatissimo motore di ricerca, con un contratto per tre milioni di dollari; ma che a tutt’oggi non ha trovato, nel panorama bancario italiano, un partner per lo sbarco in Borsa. Questo dell’innovazione tecnologica sarebbe un settore perfetto per intervenire anche attraverso la domanda pubblica; ma non accade. Anche perché, osserva Sernicola, ‘’siamo nel paese in cui una lobby potente, inserita nelle associazioni confindustriali, obbliga ancora a mantenere gli ormai superatissimi registratori di cassa, solo per garantirsi i 400 euro l’anno pagati da ciascun negoziante per la revisione obbligatoria dei medesimi”. Ma la speranza è l’ultima a morire: e forse, conclude Sernicola, l’elezione di un trentenne come Pirfrancesco Maran, neoassessore alla mobilità nella Giunta Pisapia al comune di Milano, può costituire un primo tassello di una nuova storia.

NUNZIA PENELOPE

 

 

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