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La verità delle cifre

15 Novembre 2001
in Analisi

Raffaele Minelli, segretario generale Spi-Cgil

Dal punto di vista quantitativo un’illusione ottica, sotto il profilo qualitativo un raggiro con destrezza. Questo può essere, in estrema sintesi, il giudizio sulla Finanziaria 2002. L’illusione ottica è da riferire agli 8000 miliardi che, secondo le dichiarazioni del Governo, dovrebbero servire ad aumentare il reddito disponibile delle famiglie. In particolare, le misure sono quelle che nel settore pensionistico dovrebbero portare ad un milione al mese i cittadini più bisognosi e l’aumento degli sgravi fiscali per i figli a carico.
Misure, come si poteva leggere nella sintesi preparata dall’Esecutivo per la stampa, che “aumentano il reddito disponibile e i consumi di circa 9 milioni di cittadini (…) e che, in particolare, spostano più di 2 milioni di soggetti al di sopra della soglia della povertà”. In verità,  con tali misure i consumi avranno un impulso di poco più di 2000 mld lire e di tale somma aumenterà il reddito disponibile delle famiglie.
A tale esito si arriva considerando gli effetti delle modifiche introdotte alla disciplina dell’Irpef per le famiglie dall’art. 2 della legge finanziaria e la mancata restituzione del drenaggio fiscale, che doveva essere prevista avendo superato l’inflazione in corso d’anno il 2%.
Il raggiro con destrezza va, invece, riferito agli effetti distributivi del complesso degli interventi. Infatti, la verifica di chi perde e di chi guadagna dalle misure previste dalla manovra di bilancio ci presenta risultati preoccupanti che contraddicono la propaganda corrente della Casa delle Libertà. Infatti, esaminando gli effetti distributivi si può vedere che nel primo quintile – quello in cui il reddito imponibile individuale  va da 0 a 10 milioni – a guadagnare è solo il 3,71%. La percentuale cresce nel secondo quintile (da 10 a 30 milioni) arrivando  al 17,72%, ma in questo caso l’aumento medio è di circa 25 mila lire mensili. Tuttavia, è importante sottolineare che la percentuale di coloro che verificheranno una perdita dal complesso della manovra è, in tutti i quintili di reddito considerati, superiore a quella di chi ci guadagna.
La destrezza dell’operazione è tutta nella modica quantità del prelievo  che viene operato nei confronti della maggioranza dei soggetti: poche migliaia di lire al mese.
Il risultato finale è il seguente: il 45% dei soggetti perderà mediamente meno di 15 mila lire al mese, il 41% non sarà toccato dalla manovra, il 14% guadagnerà circa 70 mila lire al mese. Questo guadagno medio nasconde il fatto che soltanto una piccolissima percentuale avrà benefici consistenti, per la stragrande maggioranza, infatti, si tratterà di briciole.
Concretamente, dal complesso degli interventi il numero delle famiglie che supererà la linea di disagio sarà poco superiore alle 126 mila unità, vale a dire, un numero estremamente ridotto rispetto a quello individuato dal Governo.
A tale risultato deludente si arriva per il fatto che non si è definita una precisa strategia di contrasto della povertà, che ha bisogno, invece, di una precisa individuazione delle figure sociali che sono in tale stato e della realizzazione di misure specifiche. Peraltro, è evidente che la Finanziaria concentra l’intervento su un sottoinsieme delle famiglie povere – quelle anziane – per le quali, soprattutto per le nostre iniziative, già esistono specifiche prestazioni. Completamente diversa è la situazione relativa alle famiglie giovani, con capofamiglia disoccupato o inoccupato.
Per quanto riguarda gli anziani, la disponibilità di risorse derivanti dal successo del processo di risanamento dei conti pubblici, avrebbe dovuto indurre il Governo a utilizzarla per definire finalmente il minimo vitale per questi soggetti. Ciò avrebbe permesso di superare l’attuale caotica situazione dell’intervento di sostegno al reddito e mettere il Paese in linea con il resto dell’Unione europea, rendendo efficace l’art. 34 della Carta dei  diritti fondamentali.
Contemporaneamente si doveva dare maggiore impulso al finanziamento del Rmi (reddito minimo di inserimento), che riguarda soggetti notevolmente più distanti dalla soglia della povertà relativa rispetto agli anziani. Ricordiamo, a questo proposito, che la soglia della povertà relativa – come individuata dalla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale – è per il 2002  di 11.794.000 lire annue, mentre per l’anno in corso il tetto di reddito  per ottenere l’assegno sociale è di 8.575.450 lire, con  possibilità di aumento di 25 mila lire mensili per i soggetti tra i 65 e i 75 anni  e di 40 mila lire se ultrasettantacinquenni.
Inoltre, l’intervento relativo agli sgravi fiscali per i figli a carico per il “fenomeno dell’incapienza” non potrà  essere utilizzato proprio nelle situazioni di maggior disagio. Questa è la ragione che ci spinge a considerare iniqua la manovra: fatta salva una piccola quota che “vincerà la lotteria”, i più poveri rimarranno tali. Ed è ancor più grave constatare che il “premio della lotteria” sarà pagato prevalentemente da soggetti vicini all’area della povertà e dai redditi medio-bassi. E tra questi ci sarà il 78% dei pensionati da lavoro, che contribuirano mediamente con 146.000 annue.
A questo quadro non si può non aggiungere una pericolosa confusione tra interventi di natura assistenziale e previdenziale, che rischia di svalorizzare i contributi che i lavoratori pagano al sistema previdenziale pubblico; determinando, peraltro, condizioni di forte malessere tra i soggetti con una vita contributiva piena, che addirittura si vedranno, con questa manovra, aumentare la pressione fiscale.

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