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Home - Blog - Le conseguenze di una guerra

Le conseguenze di una guerra

di Paolo Pirani
14 Marzo 2022
in Blog
Una tassa sulle frasi fatte

“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” ricordava Albert Einstein, ma con il ritorno del conflitto in Europa questa considerazione dimostra solo che si ricade drammaticamente nella stessa tragedia. Quella umanitaria in Ucraina ha assunto dimensioni angoscianti dopo l’aggressione della Russia di Putin e chiama i popoli europei ad un dovere di solidarietà al quale non ci si deve sottrarre. Il sindacato, ovviamente, non può intanto che ribadire la sua ferma adesione ai valori di sempre e che impongono di stare senza ambiguità dalla parte di chi difende la sua libertà e la sua indipendenza. Ed ha già dimostrato di esser pronto ad un concreto sforzo solidale verso la popolazione ucraina.

Ma oltre alla condanna dell’invasione russa è più che mai necessario riflettere sulle profonde conseguenze che ricadranno sull’Europa, sulla nostra sicurezza, sulle prospettive economiche e sociali. E’ fuor di dubbio che le decisioni di Putin vanno analizzate all’interno di un mutamento di rapporti nella politica mondiale che molto probabilmente accelererà la lotta già in corso per le nuove egemonie che tornano ad essere di competenza non tanto della finanza o delle grandi multinazionali quanto degli Stati come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti e i Paesi dell’Europa.

La guerra in Ucraina solleva problemi che in realtà erano già presenti nello scacchiere internazionale, ora drammatizzati, che potremmo sintetizzare nella constatazione che la prima fase della globalizzazione si è conclusa lasciando in eredità questioni assai rilevanti ed insolute: Ci si è incamminati verso la ricerca di nuovi equilibri fra le maggiori potenze e le diverse aree geografiche del mondo facendo esplodere le contraddizioni accumulate fino ad ora ma “senza rete”. L’impossibilità da parte dei grandi organismi internazionali come l’Onu ad esercitare un effettivo governo delle controversie ne è la lampante dimostrazione. Abbiamo constatato, non a caso, che i tentativi di mediazione sono arrivati da singoli Paesi, dalla Turchia di Erdogan ad Israele.

L’Europa ha evidenziato, e non poteva essere altrimenti, ancora una volta le sue debolezze in questo contesto arroventato dalla guerra e per alcuni versi imprevedibile e di difficile lettura. La attuale situazione internazionale evidenzia però, ne dobbiamo essere coscienti, che il modo di far politica in Europa, oscillando fra nazionalismi, scelte di privilegiare i propri interessi ed unità per necessità, è inesorabilmente invecchiato e non può permettere di svolgere un ruolo protagonista in un mondo attraversato da contrapposizioni sempre meno latenti.

Una cultura politica, quella europea, che è rimasta ancorata al scolo scorso e che rende ancora più evidenti i limiti delle attuali classi dirigenti. La stessa “invocazione” alla Merkel di tornare a scendere in campo suona come una bocciatura degli attuali leader europei che si sono affannati per convincere Putin a ritrovare la strada del negoziato ma con scarsa credibilità.

Dovrebbe invece ritornare con forza ad essere valutato come merita il richiamo del Manifesto di Ventotene che vedeva nella sconfitta degli egoismi nazionali e nel primato della politica le chiavi di volta di un processo reale di unificazione europea secondo un modello federale. Ma su questo terreno finora non sembra che il vecchio Continente abbia preso coscienza del fatto che l’europa reggerà se riuscirà a riprendere un cammino di convergenze politiche. Le decisioni di Putin hanno alzato per tutti l’asticella del confronto. La comune adesione al deterrente delle sanzioni, giusta nell’immediato, non pare celare però una volontà di intraprendere un percorso diverso dal passato. La sopravvenuta coesione europea nel corso della crisi ucraina comunque è riuscita almeno ad affrontare problemi urgenti, come quello energetico, che hanno bisogno di risposte di lungo periodo.

Senza una vera indipendenza energetica non solo si avranno economie prigioniere delle tensioni mondiali, ma anche una perdita inevitabile di sovranità. Lo fa intendere lo stesso atteggiamento della prudente Cina di Xi Jin Ping che offre la sua alleanza alla Russia in cambio del controllo di alcuni colossi dell’energia come pure di altre importanti materie prime che di fatto potrebbero precostituire un futuro di sudditanza anche da parte dell’orgoglioso Zar russo.

La battaglia in corso sulla scena mondiale sul controllo delle materie prime, dall’energia a quelle fondamentali per lo sviluppo tecnologico a quelle dell’agroalimentare, non è altro che un passaggio obbligato e sempre più evidente per avvicinare la conquista di una egemonia economica nella quale però potrebbe fare le spese la concezione occidentale della democrazia e della libertà.

L’emergenza energetica e quella, eventuale, sull’agroalimentare intervengono per giunta in un periodo nel quale non solo l’inflazione ha rialzato la testa ma le Banche centrali si accingono a chiudere la lunga stagione della liquidità a basso costo, con il prevedibile, se pur attento, ritocco ai tassi. Senza dimenticare che lo strumento delle sanzioni alla lunga condiziona sia chi le subisce, sia chi le mette. Vi è dunque il rischio per le nostre economie non solo di un pesante intralcio ai programmi della transizione energetica e della crescita, ma soprattutto di una “gelata” della economia reale che è quella che più ha da perdere da questa difficile situazione.

Per diverse ragioni inoltre i pericoli maggiori potranno investire la produzione e i settori più dinamici come l’export, il made in Italy e, per altri versi, le costruzioni collegate alle opere infrastrutturali. Ciò a causa non solo dell’aumento dei prezzi dell’energia ma anche dei contraccolpi sul bilancio pubblico, sui redditi delle famiglie, specie quelli più bassi, e di conseguenza sui consumi interni già condizionati dalla forte riemersione dell’inflazione. Sarà possibile cavarsela con misure tampone? Se le tensioni internazionali attuali sono l’avvisaglia di quello che può avvenire nel medio-lungo periodo, no di certo. E’ necessario dotarsi invece di strategie nuove ed in grado di reggere ad una evoluzione degli eventi che richiederanno cambiamenti anche radicali nelle politiche e nei comportamenti.

Sul piano energetico l’Italia non può non sfruttare tutte le risorse a disposizione, tenendo conto del ruolo che può ancora esercitare nel Mediterraneo. Questo non vuol dire mandare all’aria i piani per una transizione energetica ma rimodularla in modo realistico, pragmatico, senza forzature che provocherebbero solo maggiore disagio sociale e disoccupazione.

Inoltre occorre alzare la guardia su fenomeni speculativi che già si sono evidenziati nella prima fase della crisi ucraina. I prezzi dei fossili e, a seguire, dei carburanti in particolare che stanno infiammando per buona parte l’inflazione, vanno monitorati con molta attenzione. Più in generale sulla questione energetica il Governo e i partiti di maggioranza dovrebbero consentire alla creazione di un Osservatorio con le forze sociali in grado di studiare proposte capaci di affrontare le molteplici evenienze da fronteggiare nel prossimo futuro.

E’ importante altresì una rivisitazione dello stesso Pnnr alla luce di quanto sta accadendo. Serve una correzione di rotta che va valutata con la reale situazione produttiva ed economica del Paese. Le difficoltà presenti infatti restringono i margini di manovra della finanza pubblica. Non è immaginabile una sequenza di scostamenti di bilancio come durante la fase acuta della pandemia. Si è opportunamente lanciata la proposta di Eurobond per limitare i danni della guerra in Ucraina sulle economie continentali. Ma non si può sfuggire ad una riprogrammazione delle scelte economiche nel nostro Paese nella quale le forze sindacali debbono avere voce in capitolo.

Il confronto sulle prospettive economiche assume questa volta un valore del tutto particolare ed anche la politica deve sapere essere all’altezza delle sfide da affrontare, mettendo via quella assurda litigiosità che è stata la costante della vita politica finora e ribaltando la logica di una azione dei partiti tutta concentrata sulla gestione del presente e sul consenso dei sondaggi. Questo atteggiamento stride con quello che sta avvenendo in Ucraina e nel mondo. Il fatto che il maggiore dissidio che si è manifestato nella vita politica degli ultimi tempi sia stato quello riguardante la riforma del catasto, mentre in Ucraina si moriva e sjulpiano internazionale si era alla ricerca affannosa di soluzioni a contrasti dai toni epocali.

E’ fondamentale che si prenda atto della esigenza di cambiare modo di far politica per garantire al Paese ed agli strati sociali più deboli una tenuta degna di un Paese civile e che non rinuncia a progredire, malgrado le difficoltà. Un’Europa più autorevole, un’Italia meno fragile, dovrebbero essere l’obiettivo prioritario per tutte le forze politiche, anche perché è in questo modo che si può recare un utile contributo a ristabilire condizioni di dialogo e di pace.

Al di là della conclusione della vicenda ucraina, si dovrà prendere coscienza che le ragioni della crescita economica, messa in forse oggi, dipenderanno molto dalla qualità, dalla convinzione e dalla capacità di progetti adeguati ai problemi che sorgeranno nei prossimi mesi. La posta in gioco potrebbe essere più alta della possibilità di superare una congiuntura sfavorevole. Si tratta invece di prendere atto che il…Novecento è davvero finito in tutti i sensi, mentre il terzo millennio ha squadernato un insieme di prove assai impegnative, talune forse senza appello, che necessitano di strumenti culturali e politici, nonché di valori, da innovare o da ricostituire per continuare un percorso di progresso civile ed economico minato dagli eventi di una comunità mondiale scossa da potenti contrasti e competizioni di potere che hanno l’aria di durare ancora per molto.

Paolo Pirani

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