Le donne non hanno tempo. Non lo hanno per fare carriera, per badare alla propria salute, per coltivare una passione. Il carico di lavoro professionale, familiare, organizzativo e mentale allaga ogni spazio della vita. Quando hanno dei figli, si chiede loro di svolgere ogni mansione come se non li avessero e di crescerli come se non lavorassero. E quando pretendono che venga almeno riconosciuto tutto questo, lungi dall’essere definite assertive come sarebbe per un uomo, vengono rappresentante come lagnose, vittimiste, isteriche, egocentriche.
Eppure lo sono, vittime. Lo dicono i numeri. Nel nostro Paese l’81% tra i 36 e i 45 anni non ha neanche un’ora al giorno per sé, oltre il 40% trascura la propria salute, circa il 60% gestisce in solitudine il carico delle responsabilità familiari e il lavoro di cura non retribuito (School of Gender Economics, Unitelma Sapienza 2025), welfare che secondo il rapporto dell’Ufficio OIL per l’Italia/Federcasalinghe vale 473,5 miliardi di euro l’anno, pari al 26% del PIL.
In Italia il Gender Gap è quasi doppio rispetto alla media europea e non va meglio quando i dati sono mondiali: il Word Economic Forum, nel suo Global Gap Report 2025, ci vede all’85esimo posto, con un tasso di occupazione femminile del 52%, contro il 70% di quella maschile, mentre a chiamarsi dirigente può essere una sola donna su cinque. Eppure, alla vigilia di ogni 8 marzo, si ricorda che allineare il tasso dell’occupazione femminile italiana alla media UE porterebbe una crescita del 7,4% del PIL, pari a circa 154,7 miliardi di euro. Un valore aggiunto gigantesco, se pensiamo che nel 2025 il nostro PIL è cresciuto di solo lo 0,5% (dati Istat).
Quanto alla differenza retributiva, qualche novità è in arrivo: entro giugno dovremo recepire la direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza degli stipendi, nata per superare in Europa la differenza media del 12% tra la paga oraria degli uomini e delle donne. In Italia raddoppiamo – lo rileva l’Inps nell’erogazione delle pensioni – con stipendi inferiori di oltre il 25%, nonostante le diplomate e laureate abbiano ormai di gran lunga superato i colleghi maschi.
È un tema economico-finanziario, senz’altro. Eppure tutto inizia sempre con un problema culturale e un’imprescindibile trasformazione, senza la quale qualsiasi misura speciale, a partire dalle quote rosa, resta – per quanto estesa – tanto contingente quanto necessaria.
È proprio sulla cultura che genera cambiamento che, come Femca Cisl, ci siamo sempre attivati. Negli anni scorsi abbiamo prodotto linee guida contro la violenza sulle donne nella contrattazione di II livello, per promuovere percorsi formativi, prevenzione e protezione nei luoghi di lavoro.
Negli ultimi mesi abbiamo realizzato un percorso centrato su consapevolezza e responsabilità collettiva per riconoscere, ascoltare e agire il rispetto nei confronti delle donne, del loro lavoro, della loro salute, del loro tempo. Abbiamo lanciato un corso aperto a dirigenti, delegate e delegati, simbolicamente in occasione del 25 novembre scorso, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lo chiudiamo altrettanto simbolicamente nelle more di questo 8 marzo. Insieme all’Associazione Viola, abbiamo imparato a diventare sentinelle del rispetto, anche e soprattutto sul posto di lavoro e abbiamo ascoltato tante domande, che ci hanno offerto squarci di vita e sofferenza. Come affrontare la violenza verbale? Come aiutare chi dopo un abuso continua a chiudersi? Come crescere i figli sui binari giusti? Come aiutarli a capire che certi comportamenti in casa non sono accettabili?
La Segretaria Generale Cisl Daniela Fumarola ha giustamente ricordato che “non esiste futuro se chiediamo alle donne di scegliere tra lavoro e maternità, tra occupazione e vita. La parità di genere non si decreta, si costruisce con servizi, con organizzazione, cultura, contrattazione, partecipazione, responsabilità condivisa. Perché il lavoro femminile cresce se cresce la qualità del lavoro, e se cambia il modo in cui imprese e istituzioni progettano il benessere”. Condividiamo la necessità di un Accordo per il lavoro e la coesione, che attivi tutte le potenzialità inespresse e renda l’Italia un Paese dove il talento non si perde, ma si riconosce, si libera, si realizza. Diventando il decisivo motore nazionale di sviluppo e coesione.
Infine vale la pena richiamare le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sugli 80 anni della Repubblica che si celebrano nel 2026. “Il primo fotogramma del nostro viaggio – ha detto – è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità”. Ancora in atto, ricordiamolo ogni giorno. Non solo l’8 marzo.
Nora Garofalo
segretaria generale Femca Cisl Nazionale




























