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Home - Approfondimenti - Analisi - L’Italia da ”fate presto” a ”fermatevi”

L’Italia da ”fate presto” a ”fermatevi”

di Nunzia Penelope
30 Novembre 2018
in Analisi

 

La situazione italiana, alla luce della bocciatura europea, potrebbe essere riassunta nella differenza tra due frasi: dal ‘’FATE PRESTO’’ del 2011, al ‘’FERMATEVI’’ del 2018. Il primo e’ il famoso titolo del Sole 24 Ore, col quale il paese sollecitava il governo Berlusconi di allora a fare qualcosa per fermare lo spread, che viaggiava veloce verso i 500 punti e la conseguente rovina. ‘’Fermatevi’’ è invece l’invocazione che oggi è rivolta, un po’ da tutti, al governo attuale, Lega-5Stelle, perché torni sui propri passi e riveda la manovra, evitando all’Italia di imboccare la via crucis della procedura d’infrazione, e allo spread, già oltre i 300 punti, di raggiungere i livelli di sette anni fa.

Allora come oggi, però, da Palazzo Chigi non arriva la risposta giusta. Nel 2011, un Berlusconi ormai in decadenza, e con una fragile maggioranza, non sapeva probabilmente dove mettere le mani per fermare il caos scatenato dalla crisi  economica e dalla speculazione dei mercati. Oggi, un esecutivo appena entrato in carica, forte di una maggioranza senza precedenti, sembra ugualmente non avere la più pallida idea di quello che sta facendo, e soprattutto dicendo, pur in presenza di una economia nazionale tutt’altro che devastata ma, anzi, uscita con successo, sia pure a prezzo di sacrifici, da una crisi lunghissima.

La procedura d’infrazione, come abbiamo accennato, è una lunga via crucis, con molte stazioni di sofferenza ma anche di riflessione, dove è ancora possibile che qualcuno intervenga a evitare la crocefissione finale. Ma occorre, appunto, volerlo e saperlo fare, aprendo, e sopratutto aprendosi, a una reale trattativa con l’Europa, da pari a pari, con la consapevolezza di quello che si fa e si afferma, senza credere di poter prendere in giro qualcuno. Per ora, a leggere le dichiarazioni degli esponenti del governo, l’unica cosa che viene in mente è una classe di seconda media quando manca il supplente, tra le battute roboanti di Salvini, le piccole giustificazioni di Di Maio e l’imbarazzo di Conte, che domani sera andrà a cena con Junker senza nulla in tasca da offrire a un negoziato. Per sorvolare sulle sequenze di sfondoni di vari altri esponenti politici o del governo, chiaramente poco avezzi a disquisire di economia, tanto da portare l’ex ministro Paodan a definirli ‘’incompetenti’’, e il presidente di Confindustria a liquidare come ‘’imbarazzante’’ tutta la situazione. L’ultimo esempio: prendendo come appiglio il fatto che l’infrazione riscontrata dalla lettera dell’Ue si riferisce al debito eccessivo, e non al deficit, il governo giallo verde sta adesso cercando di addossare ai precedenti esecutivi, da Monti a Renzi e Gentiloni, la ‘’colpa’’ della bocciatura europea. Trascurando che è proprio la manovra attuale, sforando il deficit, a rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso. 

I casi sono due: o nessuno ha ben chiaro in quale direzione stiamo andando, stile Cassandra Crossing; oppure sì, e in questo caso, però, significa che si starebbe giocando una partita abbastanza cinica sulla pelle di tutti. Lo farebbe intuire, per esempio, la richiesta delle premier Conte di ottenere tempi lunghi per quanto riguarda l’infrazione e le eventuali sanzioni all’Italia. Una richiesta finalizzata a “consentire alla manovra di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico”, questa la spiegazione ufficiale; ma l’allungamento dei tempi è utile soprattutto per scavallare le elezioni di maggio e giocare tutta la campagna elettorale sull’Europa matrigna e le colpe dei precedenti governi di centro sinistra. La procedura d’infrazione, infatti, può essere accelerata, risolvendosi in circa tre mesi – e in questo caso finirebbe in aprile con la definizione delle sanzioni- oppure più lenta, e arrivare a ridosso dell’estate 2019. Questo significa, per l’attuale maggioranza, poter fare i conti con le europee e, in seguito, come si da’ quasi per scontato da più parti, anche con un eventuale ritorno alle urne per le politiche anticipate.

Ma lasciando da parte gli scenari fantapolitici, e tornando ai fatti, va aggiunto che a decidere sull’Italia non sarà tanto la Commissione, quanto i capi di governo europei: al momento tutti schierati contro, compreso il gruppo di Visegrad, sul quale Salvini contava per un sostegno nel braccio di ferro contro l’Europa. Un errore di valutazione, quello del capo della Lega, in qualche modo simile a quello commesso negli anni Novanta da Romano Prodi, convinto che la Spagna avrebbe sostenuto l’Italia nel chiedere un rinvio delle regole per l’ingresso nell’euro. Ma Aznar, all’ultimo momento, lasciò isolato il governo italiano, e Prodi fu costretto a salire sul treno di Maastricht ormai in corsa, varando la famosa eurotassa.

Stavolta, l’ancora di salvezza che ci consentirebbe di far quadrare i conti e ridurre il debito potrebbe essere forse solo una patrimoniale, di cui del resto si discusse a lungo nel 2011, prima che la defenestrazione di Berlusconi e l’avvento di Mario Monti la rendessero superflua. Volendo trarre spunto dal passato, dunque, si potrebbe ipotizzare che siano due le strade davanti a noi, una patrimoniale, appunto (per esempio, l’1% di prelievo sui conti correnti darebbe un gettito di 45 miliardi circa), o un governo tecnico, o tutti e due. Scenari apocalittici? Insomma, fino a un certo punto. Sicuramente uno scenario in tema con il mood di questi ultimi giorni, con le aste dei Bot che fanno flop (solo 2,1 miliardi raccolti, contro i 7- 9 attesi, il peggior risultato dal 2012), i capitali  esteri che fuggono dal paese (da maggio ad agosto gli acquisti si sono ridotti di 66 miliardi) e perfino il ministro Savona che ammette: si, forse ce la stiamo vedendo brutta, e il peggio sarà a gennaio.

Varrebbe la pena di aggiungere che mentre il ministro de Lavoro e dello Sviluppo Di Maio si esercita con la macroeconomia, l’economia reale, quella delle aziende, diciamo, non brilla. Da Tim i sindacati si aspettano 20 mila nuovi esuberi, dalla fusione Alitalia-Ferrovie non si sa bene cosa uscirà, intanto ci sono aziende che chiudono, da Pernigotti a Ball beverage, e altre che non escono dalla crisi, come Industria Italiana Autobus. Ah, e poi ci sono i contratti pubblici da rinnovare, per i quali sono previsti aumenti di ben 14 euro, si, quattordici euro. Che dite, ce n’e’ abbastanza da trascorrere un tranquillo week end di paura, fino a lunedì e ai nuovi livelli dello spread?

Post scriptum: domenica 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Gli uomini dei tre sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un importante appello col quale si fanno carico del problema, e invitano a praticare concretamente il rispetto e la parità nei confronti delle donne in ogni sede. Tra le forme di rispetto e parità noi pensiamo ci sia anche quella retributiva, e in Italia le buste paga delle donne sono ancora molto inferiori rispetto ai colleghi maschi. Sarebbe bello, e importante, che gli uomini e le donne dei sindacati italiani s’intestassero  seriamente anche questa  battaglia: il rispetto e’ anche pagarci il giusto, e una donna economicamente indipendente e’ anche una donna forte, meno fragile ed esposta ai ricatti. Grazie.

Nunzia Penelope

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