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Home - Approfondimenti - La nota - Mal pagate, sfruttate e abusate sessualmente. La condizione delle donne invisibili in agricoltura raccontata in “(Dis)uguali”, il nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil

Mal pagate, sfruttate e abusate sessualmente. La condizione delle donne invisibili in agricoltura raccontata in “(Dis)uguali”, il nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil

di Tommaso Nutarelli
11 Novembre 2025
in La nota
Mal pagate, sfruttate e abusate sessualmente. La condizione delle donne invisibili in agricoltura raccontata in “(Dis)uguali”, il nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil

Un reddito più basso di 1.800 euro l’anno, indipendentemente dall’età, dalla cittadinanza, dal titolo di studio e dal territorio di residenza. È il divario salariale che subiscono le lavoratrici dipendenti agricole in Italia, che percepiscono ogni anno 5.400 euro lordi annuali contro i 7.200 dei loro colleghi uomini, con un gender gap al 25%. La quota di salario prodotta, che è poco inferiore a 1,7 miliardi di euro, rappresenta meno di un quarto del reddito complessivo da lavoro regolare. Sono questi alcuni dati contenuti in “(Dis)uguali”, il nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, presentato oggi a Roma, che racconta le condizioni di pluri sfruttamento delle donne in agricoltura.

“La debolezza economica  – afferma Annelisa Giordano, ricercatrice dell’Istat e una delle autrici del Quaderno – è imputabile a molteplici fattori: maggiore irregolarità, quando presenti contratti di lavoro più brevi e meno ore di lavoro. Una parte della popolazione lavorativa femminile, pari al 13% del totale, ha unito al lavoro agricolo un’occupazione nell’industria e soprattutto, l’80%, nei servizi. Eppure – ha proseguito Giordano – anche questo doppio impiego non è stato sufficiente a sollevare le donne dall’incertezza salariale”. I motivi sono da ricercare nel fatto che questi lavori si collocano in settori, pulizia, ristorazione, accoglienza, commercio, con una soglia retributiva più bassa rispetto a quelli di altri comparti, con contratti brevi e a tempo parziale. E nemmeno i redditi degli altri componenti della famiglia è in grado di mitigare la fragilità salariale delle donne.

Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil parla di “una questione culturale che deve essere affrontata quando si affronta la discriminazione di genere. C’è ancora una forte segregazione occupazionale. Le donne sono occupate principalmente in determinati settori. Nei lavori di cura e assistenza – continua – la percentuale di donne straniere è molto elevata e il 70% dei rapporti di lavoro è informale. Ci sono poi barriere linguistiche e culturali da superare. Inoltre alcune credenze religiose impediscono alle donne una piena emancipazione”.

Ostacoli che per la dirigente sindacale il sindacato deve rimuovere attraverso la contrattazione. “Se pensiamo al premio di risultato, in molti contratti viene erogato sulla base della presenza nel luogo di lavoro. Ma questo penalizza la componente femminile che si assenta maggiormente per la maternità o la cura della famiglia. Cosi come – prosegue Ghiglione – le donne sono quasi sempre rappresentante da uomini. Questo non accade solo in situazioni di sfruttamento con i caporali, ma anche quando c’è lavoro regolare. Solitamente sono sindacati uomini che contrattano e che si fanno carico di istanze e problemi che non vivono in prima persona. Il contratto nazionale è un grande strumento di contrasto all’illegalità, ma è altrettanto importante che settori come quello agricolo, che si confrontano giornalmente con episodi di abuso, condividano con le altre categorie le proprie esperienze”.

Per quanto riguarda il numero e la composizione, nel 2023  si contano circa  300mila lavoratrici agricole, quasi un terzo del totale dei lavoratori dipendenti contrattualizzati. Numeri che, tuttavia, potrebbero essere sottostimanti considerati i rapporti di lavoro informali. ActionAid stima che le lavoratrici straniere irregolarmente occupate in agricoltura possano oscillare tra le 51mila e le 57mila unità. Tra il 2015 al 2023, secondo il rapporto, la compente femminile è scesa di 44mila unita, segnando un -12,4%, rispetto a quella maschile che ha visto un incremento dell’1,8%. Dal punto di vista dell’età e dell’istruzione, tre quarti delle donne si collocano nella fascia tra i 35 e i 64 anni, mentre gli uomini hanno un peso maggiore nelle classi d’età più giovani. Inoltre le lavoratrici rappresentano il 40% degli addetti agricoli in possesso di una laurea triennale o magistrale.

Per quanto riguarda poi l’incidenza femminile nella popolazione agricola straniera i dati Inps evidenziano che gli uomini sono in metta maggioranza 81,3% contro il 18,7%. E nonostante le paghe già basse, la retribuzione femminile è inferiore del 18,3%. “Sono queste persone – ricorda un’altra autrice del Quaderno, Ginevra Demaio ricercatrice di Idos – a essere le più sfruttate, ricattate ed esposte a gravi abusi perché donne, straniere, prive dei documenti di soggiorno o necessitate a rinnovarli, povere, perché vittime di tratta, perché sole o, al contrario, perché madri e mogli investite di responsabilità familiari”.

E sul fronte dei controlli e dell’aiuto che può venire dallo stato è “molto difficile avvicinarsi alle donne sfruttate nel comparto agricolo” spiega Micaela Cappellini, ispettrice del lavoro e coordinatrice della Fp-Cgil. “La nostra modalità di lavoro si avvicina molto a quella del sindacato di strada della Flai. Anche noi diamo cappellini e bottigliette d’acqua. Le donne hanno più padroni: il marito, il caporale e il datore di lavoro apparente. Sono drogate e violentate, costrette ad assumere farmaci per resiste sotto il sole oltre ogni limite umano. Se hanno sete l’acqua viene data prima agli uomini. Quando ci vedono – racconta Cappellini – si legge la paura nei loro occhi perché non hanno mai visto lo stato. Malauguratamente siamo sotto organico. Servono figure capaci di avvicinare le lavoratrici straniere sul piano linguistico e culturale, o in grado di leggere i dati in nostro possesso sotto il profilo della discriminazione di genere”

“Diverse tra queste donne – sostiene Monia Giovannetti di Fondazione Anci –  si trovano ad abitare negli insediamenti informali presenti nel nostro paese, i cosiddetti ghetti. La percezione collettiva associa gli insediamenti informali a uomini, braccianti stagionali, lavoratori stranieri che lavorano nelle campagne circostanti, mentre sul piano della narrazione e nel dibattito pubblico la presenza delle donne in questi contesti è sottaciuta”. Secondo un’indagine di Cittalia per Anci e ministero del Lavoro, a cui hanno risposto poco meno della metà dei Comuni italiani, in 4 ghetti su 10 tra quelli mappati è stata rilevata la presenza femminile, parliamo di 1.868 donne su circa 11mila persone, ovvero il 17% delle presenze complessive stimate. In alcuni di questi insediamenti l’incidenza femminile supera il 50%.

Una debolezza quelle delle donne in agricoltura che si manifesta a tutto tondo. Come sottolinea nel Quaderno la sociologa Federica Dolente a loro “è spesso richiesto di far conciliare lavoro nei campi e lavoro di cura. Un’operazione difficile anche causa della mancanza dei servizi territoriali di supporto. Scarseggiano asili nido accessibili in termini di costi e orari. I figli più grandi devono occuparsi delle sorelle e dei fratelli minori e questo alimenta anche la dispersione scolastica. Sono carenti i trasporti pubblici che colleghino le zone rurali ai centri urbani dove si trovano servizi essenziali anche per la salute riproduttiva, e non ci sono iniziative di sostegno alla genitorialità e alla cura”.

C’è, infine, la piaga degli abusi sessuali. “Le donne che subiscono violenza hanno paura di denunciare per non dover portare su di sé lo stigma sociale – argomenta nel rapporto la psicologa e psicoterapeuta Luana Timperio -. Denunciando i propri aguzzini temono di perdere il lavoro e di essere escluse dalla società. Quasi sempre sono invisibili alle istituzioni e non hanno la possibilità di accedere a servizi di supporto psicologico e legale. Tutto questo alimenta il peso trauma, che può sfociare in stati depressivi per la donna, e che può essere trasmesso anche ai figli”.

“Le donne che lavorano in agricoltura subiscono spesso condizioni di sfruttamento ancora peggiori e insostenibili di quelle degli uomini, senza considerare che in molti casi su di loro grava anche il peso del lavoro di cura. I salari delle lavoratrici agricole, inoltre, sono sensibilmente più bassi di quelli dei lavoratori”, ha detto in conclusione dei lavoro il segretario generale della Flai-Cgil, Giovanni Mininni. “Con questo nuovo Quaderno dell’Osservatorio Placido Rizzotto, che raccoglie le indagini di numerose ricercatrici e ricercatori, abbiamo voluto realizzare uno strumento utile ad intervenire con ancora più efficacia nel combattere caporalato, sfruttamento e discriminazioni che affliggono le lavoratrici delle campagne italiane”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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