Chi lo avrebbe mai detto (o forse sì) che uno dei volti più familiari della tv italiana, Flavio Insinna, avrebbe detto la sua sulla grande mobilitazione dei metalmeccanici che ha invaso le strade del centro di Roma lo scorso venerdì 18 settembre per difendere l’occupazione, il lavoro e per rilanciare il futuro dell’industria dell’auto in Italia e in Europa. Il bonario conduttore – prima Rai, poi trasmigrato su La7, misura dell’aria che tira nel servizio pubblico televisivo – ha pubblicato un breve video sui suoi canali social lanciando un messaggio di solidarietà e sostegno alla lotta dei lavoratori dell’automotive.
Prima dei contenuti salta all’occhio la t-shirt targata Fiom-Cgil indossata da Insinna: rosso evocativo, un ingranaggio nero e lo slogan che grida: “Drive the change! Stand up for work! Oggi sciopero”. La voce dei ventimila che hanno sfidato la pioggia di quella giornata di mobilitazione. “Questa maglietta me l’hanno regalata le lavoratrici e i lavoratori, è preziosissima e ve la volevo far vedere”, dice il conduttore rivolgendosi ai suoi follower raccontando delle “tante storie” ascoltate quella mattina, ma anche dei sorrisi e delle foto scattate con chi l’ha riconosciuto tra la folla di Piazza del Popolo: “Momenti anche di speranza e fiducia”, nonostante sia “tutto difficilissimo”.
Difficilissima è la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori Stellantis, “una marea di persone” che rischia di perdere il lavoro e essere lasciate a casa insieme alle loro famiglie (e fa sorridere che il programma condotto da Insinna si chiami proprio Famiglie d’Italia) a causa della disastrosa gestione di un comparto in grave difficoltà. Che poi alla fine, aggiunge, nemmeno a casa vengono lasciate, perché alla perdita del diritto al lavoro consegue la perdita del diritto alla casa stessa, il diritto all’istruzione pubblica, il diritto alla sanità pubblica. Quella di Insinna, con la gentilezza con lo contraddistingue, sembra essere un’arringa non solo contro i demiurghi dell’industria dell’auto, ma contro il sistema Paese che sta venendo delineandosi in questi anni. A Insinna, insomma, questa non sembra una civiltà, ma piuttosto “una giungla dove vince il più forte. E io non voglio vivere in una giungla, ma in un Paese dove il tuo problema diventa anche il mio”.
La presenza del conduttore a Piazza del Popolo, tra lavoratrici e lavoratori stretti nella morsa dell’incertezza, è estremamente significativa. Che sia un profilo noto – anzi, notissimo – a metterci la faccia per una causa così importante segna il passo di un Paese asservito ai giochi di forza nel segno di una repressione che non è solo fisica ma più subdola: che cancella e rimuove l’indesiderato. Lo stesso Insinna, infatti, ha parlato di “un silenzio quasi assordate sullo sciopero. Questa cosa mi fa paura e mi preoccupa molto”.
“La civiltà – chiosa – inizia dove uno c’è uno che per strada cade e si fa male e un altro, che non lo conosce, si ferma e lo aiuta. A me la giungla fa paura. Quindi ci sarò sempre per dare una mano a chi è in difficoltà. Grazie a tutte le lavoratrici e i lavoratori per questo regalo preziosissimo. Daje”.
























