La mobilitazione va avanti e questa volta non si ferma alla trattativa mancata: venerdì 17 aprile i lavoratori della sanità privata scendono in piazza a Roma, mentre il confronto al Ministero della Salute si chiude senza un passo avanti decisivo e soprattutto senza la presenza delle controparti datoriali, Aiop e Aris, che ancora non hanno aperto un tavolo negoziale. Una situazione che, nelle parole dei sindacati confederali, segna ormai una frattura “incolmabile” tra la solidità economica del settore e le condizioni materiali di chi ci lavora, e che per la segretaria nazionale della Fp Cgil Barbara Francavilla, rappresenta un vero e proprio cortocircuito del sistema: “Siamo stati convocati solo noi, non le controparti. Il Ministero ci ha aggiornato sui tentativi di mediazione, ma il paradosso è che chi deve negoziare non si presenta”.
Il nodo, infatti, non è tecnico ma strutturale. I contratti della sanità privata e del socioassistenziale vengono firmati con associazioni datoriali che operano dentro il perimetro del servizio pubblico, ma che oggi subordinano l’apertura del confronto alla certezza di nuovi finanziamenti. “È un meccanismo rovesciato – spiega Francavilla a Il diario del lavoro –: soggetti privati che lavorano per il pubblico dicono che senza ulteriori risorse non rinnovano i contratti. Ma non possiamo essere ostaggi di questo sistema”. Una posizione che i sindacati giudicano inaccettabile anche alla luce dei numeri: secondo i dati Mediobanca il comparto ha raggiunto i 12,02 miliardi di fatturato (+15,5% dal 2019), con 449 milioni di utile netto e quasi 1,8 miliardi di liquidità. Risorse che, denunciano, non si sono tradotte in alcun beneficio per i lavoratori, fermi da otto anni nella sanità privata ospedaliera e addirittura da quattordici anni nelle RSA e nei servizi socio-sanitari.
Il ritardo accumulato, infatti, è anche temporale. La sanità privata ospedaliera è ferma al rinnovo del biennio 2016-2018, sottoscritto solo nel 2020 dopo quattordici anni di blocco, e da allora non ha più recuperato terreno, mentre nel pubblico si apre in queste settimane il negoziato per il triennio 2025-2027. Ancora più grave la situazione del socio-sanitario: nelle RSA e nei servizi per disabili i contratti sono fermi al 2012. Uno scarto che fotografa un sistema in cui interi pezzi di lavoro sanitario viaggiano con anni di ritardo rispetto al perimetro pubblico.
In questo quadro pesa anche un elemento tecnico spesso poco visibile ma decisivo: il sistema dei DRG, i Diagnosis Related Groups, cioè le tariffe con cui il Servizio sanitario nazionale remunera le prestazioni ospedaliere. In pratica, a ogni ricovero o intervento viene associato un valore economico standard, uguale sia per le strutture pubbliche sia per quelle private accreditate. Questo significa che per la stessa prestazione un ospedale pubblico e una struttura privata ricevono lo stesso pagamento, dentro il quale è già compreso anche il costo del lavoro. “Non c’è differenziazione – sottolinea Francavilla –: se vieni pagato come il pubblico, non puoi poi scaricare sui lavoratori il mancato rinnovo dei contratti”. Il tema è tornato con forza anche dopo l’aggiornamento delle tariffe sulla riabilitazione ospedaliera, aumentate del 14% con il via libera del Ministero e della Conferenza delle Regioni: un adeguamento atteso da anni, legato all’aumento dei costi e all’introduzione di nuove tecnologie, ma che secondo i sindacati non può diventare una leva per rinviare ancora il riconoscimento salariale.
Il risultato è un sistema sempre più squilibrato, dove le differenze con il pubblico si ampliano: un infermiere della sanità privata guadagna mediamente circa 500 euro in meno al mese rispetto a un collega del Servizio sanitario nazionale, mentre l’inflazione ha eroso il 22% del potere d’acquisto per chi attende il rinnovo da otto anni e il 32% per chi lavora nelle RSA. Un dumping contrattuale che, secondo i sindacati, non è solo una questione salariale ma incide direttamente sulla qualità dell’assistenza: “i professionisti se ne vanno verso il pubblico o lasciano il settore – osserva Francavilla – e le strutture si svuotano, con un peggioramento dei servizi che alla fine ricade sui cittadini”.
Alla base c’è anche un vuoto normativo che rende il sistema particolarmente permeabile: in Italia non esiste una legge sulla rappresentanza che stabilisca quale contratto debba essere applicato, e al CNEL risultano oltre 76 tipi di contratti potenzialmente utilizzabili. Questo ha già prodotto effetti concreti, con strutture che in passato sono uscite dai perimetri contrattuali più onerosi per evitare di applicare gli aumenti. Per questo la richiesta dei sindacati è netta: vincolare l’accreditamento al rispetto dei contratti collettivi. In altre parole, chi vuole operare all’interno del Servizio sanitario nazionale deve garantire condizioni di lavoro allineate a quelle pubbliche; altrimenti, deve uscire dal sistema e operare come privato puro. “Non vogliamo solo rinnovare i contratti, vogliamo creare regole”, sintetizza Francavilla.
Il problema, però, non è solo giuridico ma anche politico. Nonostante le risorse siano state in parte già previste in legge di bilancio e nonostante le stesse istituzioni abbiano riconosciuto la fondatezza delle richieste, finora non si è arrivati a un intervento concreto. “C’è una miopia trasversale – sostiene Francavilla –: tutti dicono che il problema esiste, ma nessuno lo affronta davvero”. Intanto il peso del privato accreditato dentro il sistema sanitario cresce: in alcuni territori, come ad esempio il Lazio, interi segmenti come la riabilitazione sono ormai largamente in mano a operatori privati, rendendo difficile qualsiasi riequilibrio senza un intervento strutturale.
È qui che la vertenza esce dal terreno contrattuale e diventa una questione di modello. Se una quota così rilevante di servizi – circa il 42% secondo le stime richiamate dai sindacati – è affidata al privato accreditato senza regole omogenee su lavoro e retribuzioni, il rischio è quello di una sanità sempre più frammentata, con diritti diversi a seconda dei territori e una progressiva erosione del principio universalistico. Anche perché, avverte Francavilla, il sistema così com’è sta già attirando grandi gruppi internazionali interessati ad acquisire strutture in difficoltà, trasformando un pezzo rilevante del welfare in un terreno di investimento.
Lo sciopero del 17 aprile si inserisce in questo quadro: l’obiettivo immediato è l’apertura dei tavoli e una trattativa reale sui rinnovi, ma la posta in gioco è più ampia. “Non chiediamo solo il contratto – dice Francavilla – ma regole”. Regole che impediscano di finanziare con risorse pubbliche modelli che comprimono il lavoro e che ristabiliscano un equilibrio tra sostenibilità economica e diritti. Perché, nella lettura dei sindacati, la questione della sanità privata non riguarda solo 300mila lavoratori – probabilmente anche di più, considerando le difficoltà di censimento del settore – ma il futuro stesso del Servizio sanitario nazionale e la sua capacità di garantire, davvero, lo stesso diritto alla salute a tutti.
Elettra Raffaela Melucci



























