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Home - Approfondimenti - La nota - Ex Ilva, nell’Aula deserta del Senato Urso annuncia “la svolta” Jindal

Ex Ilva, nell’Aula deserta del Senato Urso annuncia “la svolta” Jindal

di Fernando Liuzzi
12 Marzo 2026
in La nota
Ilva, la trattativa è lenta, ma Vestager accelera

L’Aula del Senato “è semivuota”. Lo attesta un lancio dell’agenzia Askanews, relativo alla mattinata di oggi. Presenti solo “una decina di Senatori della maggioranza” e “una ventina” dei loro colleghi delle opposizioni. L’ordine del giorno prevede un’informativa sulla situazione dell’Ilva. E a prendere la parola, poco dopo le 10:00, è il titolare del dicastero delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.

Di per sé, l’argomento sarebbe anche importante, visto che Acciaierie d’Italia, il nome attuale di quella che un tempo è stata, appunto, l’Ilva, costituisce tutt’ora il nostro maggior gruppo siderurgico. Ma, o per lo scarso appeal che le questioni industriali sembrano avere attualmente nel nostro mondo politico, o per sfiducia verso l’attuale conduzione del Ministero di via Veneto, sono relativamente pochi i Senatori che si sono sentiti motivati a seguire la seduta.

Peccato per gli assenti, perché, poco prima delle 11:00, la notizia arriva. “Poco fa – dice il ministro Urso – i Commissari” di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria “mi hanno dato una notizia particolarmente rilevante: il gruppo indiano Jindal, primario operatore su scala globale, ha presentato anch’esso una manifestazione di interesse per l’intero complesso siderurgico.” E lo ha fatto, precisa il Ministro, “con un piano industriale ambizioso” e “garantendo il processo di piena decarbonizzazione” del processo produttivo, come “previsto nel bando di gara”.

A chi sostenga, come qui stiamo facendo, che questo annuncio, come ha detto il Ministro, possa essere effettivamente “rilevante”, si potrebbero fare varie obiezioni. La prima, nel senso della prima che venga in mente, è che sono mesi che i tentativi del Governo italiano di trovare un compratore per la ex Ilva, oggi AdI, non approdano a niente. E ciò nonostante, o anzi forse proprio a causa del fatto, che siano stati ormai diversi i nomi dei candidati acquirenti che sono prima comparsi sulla scena di una trattativa sempre più improbabile, per poi scomparire senza lasciare traccia. E ciò, ancora, in un continuo processo dilatorio in cui i tempi dei successivi bandi di gara si sono via, via dilatati. Tanto che, anche adesso, e non solo teoricamente, è in corso una trattativa con un altro candidato, il gruppo finanziario statunitense Flacks Group. Che senso ha, allora, l’annuncio del ministro Urso?

Seconda obiezione, forse anche più significativa: da tempo i sindacati dei metalmeccanici e, ultimamente – a quanto si è capito – con l’inatteso assenso di Federmeccanica, l’associazione delle imprese metalmeccaniche aderenti a Confindustria, insistono affinché il Governo trovi il coraggio e la determinazione di assumersi in prima persona la conduzione del gruppo siderurgico. Ciò allo scopo di rilanciarlo come soggetto industriale pienamente capace ci produrre acciaio con profitto, salvo a poterlo poi rimettere sul mercato in una fase successiva. Si potrebbe quindi temere che, dopo le molte obiezioni venute alla candidatura di un soggetto finanziario privo di esperienze manifatturiere come il citato Flacks Group, il gesto di tirare fuori dal cappello il nome di Jindal possa costituire solo un ennesimo tentativo del Governo Meloni di rinviare una decisione comunque molto impegnativa, oltre che sicuramente onerosa.

A far pendere però la bilancia dalla parte di chi intenda prendere sul serio l’ipotesi Jindal, e ciò in quanto ipotesi avanzata in questo particolare momento della lunga vicenda Ilva, sta la prima parte dell’intervento tenuto stamattina in Senato dal Ministro Urso. Il quale si è sforzato, infatti, di collocare i più recenti sviluppi di questa vicenda nell’attuale contesto industriale non solo italiano, ma anche europeo. Facendo balenare, sullo sfondo, anche un contesto internazionale sempre più complesso.

Citando esplicitamente il recente allarme lanciato da Federmeccanica, Urso ha ricordato che, attualmente, il sistema produttivo italiano deve importare il 30% del suo fabbisogno d’acciaio. Ricavandone che “occorre mantenere in vita” un centro siderurgico come quello di Taranto, ovvero un centro produttivo “la cui chiusura avrebbe effetti devastanti” per il nostro sistema industriale.

Urso ha poi evocato la necessità di proteggere l’intera siderurgia europea dal dumping effettuato da Paesi extra-europei che consentono a sé stessi di produrre acciaio con vincoli ambientali e di altro genere assai meno onerosi di quelli europei. Lasciando intendere che la consapevolezza della necessità industriale di mantenere aperta l’attività siderurgica continentale si stia facendo strada anche a livello europeo, nonché nei Governi di altri Paesi dell’Unione europea, a partire da quello francese.

Si potrebbe allora obiettare che, se questa è la situazione, non si vede perché non sia il Governo italiano ad assumersi, almeno pro tempore, quel ruolo imprenditoriale cui molti lo richiamano. Così come si potrebbe obiettare che non si vede perché debba essere un gruppo indiano a fare gli interessi industriali italiani ed europei.

Ma qui sta il punto. Perché Urso, sfoggiando una sicurezza che ci permettiamo di definire per lui inedita, ha insistito a definire la recentissima offerta di Jindal come un punto di svolta : “la scesa in campo di Jindal apre una nuova fase che speriamo possa portare il timone di Ilva in mani sicure entro la fine del mese di aprile”, ovvero in un momento in cui l’impianto tarantino sarà nuovamente in grado di “produrre quattro milioni di tonnellate d’acciaio all’anno”, cioè di toccare quel livello “che molti considerano necessario” per rendere l’impianto stesso “competitivo”.

Ricapitolando. Urso ha prospettato l’ipotesi che sia possibile trovare un punto d’incontro fra i legittimi interessi aziendali di un grande produttore globale d’acciaio, che potrebbe rafforzarsi irrobustendo la sua attività produttiva all’interno dei confini dell’Unione europea, e gli interessi all’autonomia industriale dell’Italia, seconda potenza manifatturiera all’interno degli stessi confini, nonché con i convergenti interessi della stessa Unione. Ovvero, un punto d’incontro fra gli interessi di un colosso indiano dell’acciaio e quelli dell’Italia e della stessa Unione Europea che vedrebbero accrescersi la propria indipendenza dall’acciaio prodotto all’esterno dei loro confini.

Fantaindustria? O, per dir meglio, fantapolitica? Forse. Però, mentre Urso parlava, e mentre il nostro pensiero andava indietro nel tempo ad altre infelici esperienze di collaborazione industriale italo-indiana, come è stato il caso di ArcelorMittal proprio con l’Ilva, ci è venuto in mente anche il recentissimo incontro fra il capo del nostro Governo, Giorgia Meloni, e il Primo Ministro indiano, Narendra Modi. Per adesso, non possiamo fare altro che ripetere un noto adagio proverbiale: se son rose, fioriranno.

A questa ipotesi, come dire, primaverile, non crede però la Fiom-Cgil, il cui coordinatore nazionale per la siderurgia, Loris Scarpa, ha ribadito che “è necessario che il Governo si assuma” la sua “responsabilità fino in fondo”. E ha poi proseguito: “Lo Stato decida con la propria partecipazione pubblica di uscire dall’Amministrazione straordinaria per garantire la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, l’occupazione e il percorso di decarbonizzazione”.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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