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Home - Rubriche - Giochi di potere - Il virus dell’informazione

Il virus dell’informazione

di Riccardo Barenghi
2 Dicembre 2021
in Giochi di potere
Rcs gestirà la raccolta pubblicitaria per La Stampa

Ma è impazzito, Mario Monti? L’austero professore della Bocconi, l’ex Presidente del Consiglio che ha sempre misurato le parole, anche ironico ma attentissimo a non sconfinare nella frase fatta o addirittura nella fesseria, diciamo pure nella cazzata buttata lì tanto per creare scalpore, per “fare notizia”, per farsi pubblicità, va in televisione e spara un qualcosa che lascia tutti attoniti e scandalizzati. Dice Monti che in una situazione come quella che stiamo vivendo, ovvero la pandemia, servirebbe “un sistema che dosi dall’alto l’informazione, una comunicazione con modalità meno democratiche…”. Il giorno dopo cercherà di spiegare precisando che “l’espressione era infelice ma il tema esiste”.

Apriti cielo, Monti vuole un regime, evoca il Minculpop mussoliniano (il Ministero della cultura popolare) che controllava e censurava l’informazione scomoda per il regime di allora. Monti va contro la Costituzione che garantisce la libertà di espressione a tutti i cittadini, Covid o non Covid. Manco fossimo in guerra, e comunque anche in guerra bisogna essere liberi di dire la propria, perfino a costo di andare controcorrente, ossia di dare fastidio alla propria parte che magari in quel momento sta combattendo contro il nemico, basti pensare ai pacifisti.  E pure se il nemico non sta in trincea o ci bombarda, ma si tratta di un virus subdolo e letale che ci ha rovinato la vita ormai da due anni, non è giusto tacitare chi la pensa diversamente dal pensiero dominante (o unico), si tratti di no vax, di no pass o di filosofi che mettono in discussione la limitazione delle libertà e dei diritti dei cittadini in nome della lotta alla pandemia. Mutatis mutandi, lo stesso clima evocato da Monti lo abbiamo vissuto ai tempi del terrorismo degli anni settanta, quando non era facile dire qualcosa che andasse controcorrente nell’impetuoso fiume che trascinava tutto e quasi tutti nell’ondata: non c’era spazio per chi esprimeva un dubbio, per chi sosteneva che combattere il terrorismo, limitando i diritti civili e politici con le leggi speciali, non fosse la strada giusta. Perché alla fine si sarebbe rivelato un boomerang.

Eppure, “il tema esiste”.  Ma non nel senso evocato da Monti, cioè un “sistema che dosi dall’alto l’informazione”. Semmai l’informazione, ovvero i giornali e la tv (lasciamo perdere i social che vanno per conto loro, purtroppo) dovrebbe darsi una regolata. Dal basso, da sola, senza aspettare interventi dall’alto tanto improbabili quanto sbagliati: ve lo immaginate voi il premier che scrive un decalogo a cui devono attenersi i mass media? Ovviamente no, ché in questo caso sì che sarebbe legittimo parlare di autoritarismo o addirittura di dittatura.

Ma invece perché giornali e soprattutto le televisioni che ospitano un talk show dopo l’altro dalla mattina alla sera, non fanno uno sforzo per “dosare” i loro ospiti? Per evitare che personaggi totalmente ignoranti in materia sanitaria, virologica, epidemiologica, insomma scientifica, vengano messi sullo stesso piano di chi invece la materia la conosce? Perché ci tocca assistere a giaculatorie di pseudo giornalisti non vax che citano dati sconosciuti, che interrompono con arroganza scienziati e medici trasformando qualsiasi discussione in una rissa? Perché siamo costretti a vedere e ad ascoltare manifestanti invasati che delirano a proposito di complotti internazionali, orditi dai signori del farmaco insieme ai governi di tutto il mondo, intenti ad inoculare nel loro corpo microchip per poterli spiare e controllare vita natural durante? Perché gli autori e i conduttori di questa trasmissioni sono così indulgenti nei confronti di questi personaggi, lasciandoli parlare oltre ogni limite? Perché rilanciano quel che viene “postato” sui social e che quasi sempre rasenta la pura follia? Non ci vorrebbe molto a non invitarli in trasmissione oppure a spegnere il microfono? Basterebbe premere un pulsante…

Ma quel pulsante non viene mai premuto, quelle voci “fuori dal coro” vengono sempre (quasi sempre) invitate e tenute accese a tutto volume, vengono lasciate urlare e prevaricare gli altri, quelli seri e competenti, salvo poi dissociarsi ipocritamente da quelle parole dopo averle fatte sentire urbi et orbi. Con il risultato che un telespettatore non solo non capisce niente di quel che viene detto, ma rischia di entrare in confusione rispetto a scelte fondamentali per la vita, sua e degli altri.

Ecco, qui allora sì che ha ragione Monti a invocare una qualche forma di regolamentazione del dibattito pubblico. Non per soffocare il dissenso, per carità, ma quantomeno per dargli la giusta proporzione. I diritti delle minoranze sono sacri, ma anche quelli delle maggioranze vanno tutelate. E in televisione non è possibile assicurare una certa proporzionalità, dentro quella scatola virtuale uno vale uno, e spesso quello che urla di più e dice cose fuori dal mondo vale più degli altri. Per un motivo molto semplice – e sconfortante – che si chiama Auditel, l’indice di ascolto. Ossia quel sistema che registra minuto per minuto quanti telespettatori hanno seguito la trasmissione, con conseguenti picchi di ascolto. I quali picchi spesso e volentieri salgono proprio quando sullo schermo compare il personaggio che provoca la rissa. Che evidentemente piace, soprattutto a chi si occupa della pubblicità. Dicevano i latini che pecunia non olet, e non importa se la pecunia odora di morte.

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Giornalista

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